Siamo più interessanti quando abbiamo dei problemi?

problems

  • Come osserviamo noi stessi? E come lo comunichiamo all’interno e all’esterno della nostra comunità?
  • I tormenti ci rendono più attraenti? Se non ci fossero grattacapi, avremmo qualcos’altro di cui occuparci? E avrebbe ancora senso l’associazionismo LGBTQI (Lesbico, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex)?

(Questo è un post intenzionalmente provocatorio)

1) Un ricordo, come introduzione: le due parti del bicchiere
2) Tra bene e male
3) Le ‘radici del vizio’
4) Bussole

1)
UN RICORDO, COME INTRODUZIONE: LE DUE PARTI DEL BICCHIERE

Secondo “Io Sono Io Lavoro”, una indagine sociale realizzata nel 2011, il 19,1% delle persone LGBTQI è stata trattato ingiustamente sul lavoro, negli ultimi dieci anni, a causa della propria identità sessuale.
All’opposto, non ha rilevato problemi l’80,9% del campione.

Questo tipo di discriminazione esiste e riguarda una minoranza della nostra comunità.
Esiste un’area di difficoltà, ma questa non è universale.

Eppure ricordo che, nel raccontare gli esiti dello studio, sia il nostro associazionismo di categoria che la stampa generale si concentrarono esclusivamente sul ‘bicchiere mezzo vuoto’, con lanci come: Lavoro LGBTQ ancora tanta discriminazione; Discriminati e invisibili: omosessuali sul posto di lavoro; Comunità gay discriminata anche sul lavoro.

Di più, un amico attivista gay, analizzando i risultati di “Io Sono Io Lavoro”, arrivò a mettere in dubbio il ‘bicchiere mezzo pieno’:

“Così tanti dicono che va tutto bene? Non ci credo. Sono quelli che non hanno coscienza di sé, con un’elevata omofobia interiorizzata. Non si rendono conto che, in realtà, anche loro sono discriminati.”

2)
TRA BENE E MALE

1 persona LGBTQI su 5 è discriminata sul lavoro.
E’ tanto o poco?
Difficile rispondere. Il giudizio è personale e dipenda da una lunga serie di fattori, tra cui le nostre aspettative.

Di certo, potremo considerarci soddisfatti solo quando nessuno verrà trattato iniquamente in ragione della sua appartenenza.

La comunicazione adottata con “Io Sono Io Lavoro” non è un caso isolato.
– Per un verso, è infatti noto come i mass-media si interessino ‘più del ramo che si spezza che della foresta che cresce’.
– Per l’altro verso, abbiamo invece finora poco riflettuto sul fatto che tale tendenza è anche della maggioranza dell’associazionismo LGBTQI. In effetti, il più delle volte, quando parliamo pubblicamente di noi stessi, preferiamo prendere a riferimento le problematiche piuttosto che i successi e i miglioramenti; consideriamo più importanti i passi ancora da compiere, rispetto a quelli che abbiamo già percorso.

Di fatto, buona parte della conoscenza prodotta dalla comunità LGBTQI su se stessa, con particolare riferimento alle proprie minoranze interne (anziani, disabili, migranti, HIV-positivi, minori… ), più valore alle carenze piuttosto che alle risorse, alle questioni irrisolte e alle vulnerabilità piuttosto che agli aspetti di soddisfazione e di novità.
Le analisi che abbiamo prodotto in questi anni su di noi sono una carrellata di sventure, sofferenze, impossibilità, ostacoli. Anche le identità multiple, che in teoria rappresentano una ricchezza, o per lo meno una sfida per il rinnovamento e il miglioramento nelle società odierne: Le abbiamo sino ad ora declinate per lo più in termini di rischio di doppia discriminazione.
>> (A dire il vero, c’è una rilevante eccezione a tale regola: La riflessione sulla bontà, oramai accertata anche dalla comunità scientifica internazionale, della capacità genitoriale di gay e lesbiche, da un lato, e del benessere dei figli delle famiglie omosessuali, dall’altro.)

3)
LE ‘RADICI DEL VIZIO’

– Non esiste un unico modo né di osservare, né di comunicare.
– Del resto, il mondo è vario: Contiene punti di forza e di debolezza, questioni su cui combattere e di cui gioire, fattori da rivoluzionare e di cui essere fieri.
– Di conseguenza, il fatto che noi guardiamo e comunichiamo noi stessi soprattutto in termini negativi è la conseguenza di una scelta, di uno stile che abbiamo adottato e che continuiamo a riprodurre anno dopo anno, più o meno consapevolmente – una sorta di perenne tentazione, di peccato originale.

Perché ci comportiamo così?
Penso che molteplici siano le motivazioni, di diverso tipo, connesse tra di loro; alcune più frequenti di altre.
Ne ho raccolte diverse, qua e là:

  • Perché abbiamo imparato che, per attrarre l’attenzione, fa più scoop un problema che la sua soluzione | Nulla di nuovo: Siamo cioè dentro al ciclo – vizioso – della comunicazione di massa e dei suoi fruitori
  • Perché dobbiamo costantemente difenderci dai nostri detrattori, che ci dipingono come un’élite ricca, bella, giovane, senza pensieri ed esclusiva | Ce li ricordiamo bene i loro messaggi: I gay nuova razza ariana; I gay? Tutti ricchi. Un povero non ha tempo di fare il gay; Essere gay è come non pagare le tasse [?!?]
  • Perché ci sentiamo gli ‘avvocati‘ e i ‘sindacalisti‘ della comunità LGBTQI | Cioè coloro che raccolgono le ingiustizie e le sperequazioni, per comporre, rispettivamente, delle denunce individuali (gli avvocati con gli illeciti) e delle piattaforme rivendicative collettive (i sindacati con i mancati diritti). L’analogia con il sindacato è interessante. Il sindacato interloquisce con due controparti principali: lo Stato e il Capitale. Per quanto ci riguarda, io penso che, mentre lo Stato ha un ruolo chiave, dato che gli competono la legislazione e la giustizia formale, il ruolo del Capitale non è invece sempre identificabile – specie quando i problemi non provengono dall’esterno, ma sono generati da noi stessi (ad esempio: le discriminazioni ai danni dei gay HIV-positivi da parte degli altri gay)
  • Perché siamo affezionati all’idea per cui i nostri problemi attuali non sono la conseguenza delle nostre scelte di vita, bensì il risultato della sopraffazione da parte di qualcun altro, o del ‘sistema’ | La differenza è anche di cultura politica. E’ evidente come vasti settori dell’associazionismo LGBTQI siano a proprio agio, nelle proprie pratiche di cambiamento, più con la leva della contrapposizione (essere ‘contro’) piuttosto che con quella della responsabilità personale (essere gli artefici del nostro destino)
  • Perché, in fondo, pensiamo di avere bisogno della legittimazione degli altri per poter vivere in pienezza come cittadini. E perché riteniamo che il modo più agevole per ottenere la loro approvazione sia quello di puntare sul fatto che siamo persone in difficoltà. Così facendo, soddisfiamo coloro che ritengono giusto e conveniente considerarci degli oppressi, e ne guadagniamo il consenso | D’altra parte, la compassione è meno impegnativa del rispetto della diversità.

4)
BUSSOLE

– Non voglio sottacere né i problemi, che esistono, né il carico sofferenza, che è l’esperienza quotidiana – di oggi e/o del passato – di molte persone LGBTQI. La nostra pelle sa bene cosa significa essere una minoranza vituperata.
– Di più, sono consapevole che la discriminazione non colpisce soltanto le vittime, ma condiziona indirettamente, in negativo e pesantemente, anche chi sta loro attorno. Che vale a dire: Siamo tutti coinvolti.
– Ancora, so bene che, specie in alcune parti d’Italia, l’associazionismo LGBTQI ha dovuto farsi carico dei bisogni della comunità, vista l’assenza di altri soggetti – innanzitutto dello Stato. Abbiamo maturato molte abilità in merito alle ‘cose che non funzionano’: Questo è un merito che ci va riconosciuto.
– Rimane tuttavia il fatto la nostra scelta di rappresentarci prevalentemente come persone con problemi, nonché di comunicare con modalità soprattutto rivendicative, comporta degli effetti. E’ fondamentale esserne consapevoli, anche per mitigarne i tratti più problematici di medio e lungo periodo.

Che fare, quindi?
Ecco tre punti fermi.

  • Innanzitutto, ricordiamoci sempre che non siamo soltanto delle persone con dei problemi

Non siamo soltanto vittime – succubi, schiacciate, inermi, incapaci.
Possiamo incontrare delle difficoltà, certamente; possiamo anche cadere in depressione, non siamo immuni a rischio.
Posti di fronte alle prove della vita, alle barriere oggettive, reagiamo e costruiamo le nostre soluzioni, come tutti, o per lo meno ci proviamo.
Sono questi tentativi la parte più creativa e che dà più valore alla nostra esistenza; sono espressione della nostra soggettività.
Perché non parlarne e celebrarle, anche pubblicamente?
Perché le associazioni LGBTQI non rappresentano e non si fanno portavoce anche di questa parte della nostra vita?

  • Abbiamo urgente bisogno di modelli di riferimento

E’ doveroso occuparci degli ostacoli e dei limiti.
E’ fondamentale, specie nell’arena politica, continuare a sollecitare pieni diritti di cittadinanza per le persone LGBTQI. Non demordere. Ribadire la nostra posizione.
Ma è altrettanto importante, per noi stessi, conoscere quali possono essere i percorsi possibili per un’esistenza gratificante, ad esempio: Come vivere al meglio sesso e amore? Come far fronte alle sfide del coming out? Come invecchiare bene? Come gestire la visibilità sul lavoro?
Ciò è soprattutto vero per la nostra comunità, che non può ancora contare sul passaggio di questi dati essenziali in ambito intra-familiare (da genitori ai figli) o sociale (istituzioni, scuola… ).
La comunicazione può avere una funzione davvero cruciale nella promozione della condivisione di questo tipo di informazioni.

  • Chi reclama, si lamenta solamente, è un eterno insoddisfatto, è soltanto arrabbiato… alla fine diventa noioso e perde credito

C’è un tempo per criticare e un tempo per gioire.
Anche perché, come ha raccontato Tarek nel corso del video “Sesso, Amore e Disabilità”:

“Alla gente non piace chi si piange addosso.
Ti compatiscono una volta. Due. Tre.
Poi, se non hai grinta, ti mandano a c… ehm a quel paese.”

(Grazie ad Adriano per avermi ricordato l’intervista a Tarek)

3 pensieri riguardo “Siamo più interessanti quando abbiamo dei problemi?

      1. Più che un pensiero diverso, la mia vuole essere un’osservazione, effettivamente ( chiedo scusa se rispondo sol oora, non apro sempre wordpress…)
        Le discriminazioni, non vengono solamente dal proprioorientamento sessuale, o colroe della propria pelle, il motivo principale di discriminazione nasce quando si è “diversi”, secondo i punti di vista altrui, ovvero, magari, quando si è più sensibili degli altri.
        Poi volevo anche dire che purtroppo, è molto vero che è convienente dire che la colpa non è nostra, e che appunto, come in “ROCKY”, quando dice al figlio che punta il dito contro tutti e non verso sé stesso, e così fanno i deboli.
        Di questo se ne dovrebbe occupare la società, non fatta solamente da genitori, professori, educatori, che comunque a loro spetta il compito maggiore di guidare i giovani, ma sta on ogni forma di società: il web, il giornalismo, i politici.
        Il punto di riferimento, secondo me, necessita di essere capace di mediare tra ogni componente della società.

        scusa il commento lunghissimo, speravo di farlo più breve,e scusa anche per fare sto discorsone xD

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