
Questo post è parte del laboratorio “I futuri delle famiglie LGBTQI nell’Italia del 2050”.
Rosario Murdica vive a Roma, dove si occupa di ricerca sociale e sulle politiche pubbliche.
Ha una quarantennale militanza nel movimento LGBTQI (lesbiche gay bisex trans queer intersex), al cui interno si è occupato di lavoro, benessere, libertà sessuale.
Nel 2050, Rosario avrà 92 anni – “Quel giorno, sarò tranquillo e battagliero, se la salute me lo permetterà. Credo che penserò più a me stesso, dopo una vita dedicata agli altri. Rimarrò in ogni caso un uomo libero e del Novecento“.
A febbraio 2024, per la mia tesi di fine master, ho voluto raccogliere anche la sua opinione sui futuri delle nostre famiglie.
Questo post, che è stato da lui vistato, raccoglie una selezione delle sue idee, analisi, sfide al riguardo.
Io le ho riorganizzate, al fine di renderle omogenee allo stile di questo blog.
> Cosa pensi dell’attuale comunità LGBTQI?
La vedo ‘chiusa nelle sue stanze’, a meditare sulle parole, a riflettere soltanto su se stessa.
Dobbiamo invece riprendere in mano il conflitto sociale… uscire, andare in strada, sulle piazze, assieme agli altri, per conquistare diritti.
Dobbiamo tornare a essere un ‘movimento’.
Ora invece siamo un ‘consultorio’, un punto-servizi rivolto al nostro interno.
> ‘Movimento’, ‘consultorio’… cosa intendi?
E’ sicuramente giusto che tutte le nostre differenze vengano espresse e che le persone LGBTQI più fragili o in difficoltà trovino un sostegno.
Ma non possiamo essere soltanto una rete di sportelli: il nostro ruolo deve invece essere di protagonisti del cambiamento sociale e culturale, di movimento di liberazione.
L’aiuto alle persone non può essere il nostro compito principale: se facciamo solo quello, siamo dei perdenti.
La ricerca di risposte individuali ha preso il posto della lotta per i diritti di tutti.
> E’ sempre stato così?
No, è una involuzione.
Rispetto al ’68 e al ’77, rispetto al tempo delle rivendicazioni sindacali e del femminismo, abbiamo perso la capacità di leggere e interpretare strutturalmente il mondo e di agire su di esso, per cambiarlo radicalmente.
Non comprendiamo i meccanismi di cui facciamo parte.
Non riusciamo più a fare politica davvero.
Oggi leggiamo soltanto libri LGBTQI; scriviamo soltanto col pennarello rosa.
Siamo chiusi nelle nostre identità, alle prese soltanto con la celebrazione delle nostre diversità.
Siamo disabituati a guardare lontano, fuori da noi, oltre i nostri, a confrontarci con gli altri, con lo scopo di creare una coscienza unitaria nel conflitto sociale.
Ci siamo privatizzati: tanti piccoli feudi e ognuno nella propria rete o associazione – perché è confortevole, prevedibile, locale, tra amici, senza problemi.
> Che dire del futuro?
Con l’attuale visione del mondo, vedo poco futuro: forse qualche piccolo miglioramento, qualche passo in avanti, in linea con i precetti del capitalismo avanzato, ma nessun cambiamento sostanziale in fatto di giustizia sociale.
Vedo delle concessioni, magari delle vittorie da parte dei più forti, però non vedo una vera liberazione.
Che senso ha rivendicare soltanto il matrimonio per tutti se il mercato del lavoro non permette di vivere con dignità, se le disuguaglianze socio-economiche sono così grandi, se non ci sono le condizioni per vivere in libertà?
> Come fare per creare il futuro che vorremmo?
Vorrei che guardassimo più lontano, che ci attivassimo su obiettivi condivisi con altri gruppi ed esperienze.
Vorrei una contrapposizione più forte rispetto al potere.
Siamo tutti diversi, anche gli altri lo sono.
Ma assieme siamo più forti.
E soprattutto il nostro mondo non può essere soltanto la nostra minoranza.
