
Questo post è parte del laboratorio “I futuri delle famiglie LGBTQI nell’Italia del 2050”.
Michele Giarratano è un avvocato e attivista contro le discriminazioni e per i diritti LGBT+.
Siciliano di nascita, vive a Bologna con il marito Sergio e i figli Luca e Alice, che sono “nati grazie alla gestazione per altri portata avanti per noi da una donna straordinaria e generosa“.
Si occupa, a livello sia personale sia professionale, di famiglie omo-affettive e di omo-genitorialità.
Nel 2050, Michele avrà 68 anni.
A marzo 2024, per la mia tesi di fine master, ho voluto raccogliere anche la sua opinione sui futuri delle nostre famiglie.
Questo post, che è stato da lui vistato, raccoglie una selezione delle sue idee, analisi, sfide al riguardo.
Io le ho riorganizzate, al fine di renderle omogenee allo stile di questo blog.
> Che sguardo hai sulle famiglie LGBTQI?
Molto è cambiato nel tempo, ma la storia delle nostre famiglie non è una storia lunga: inizia infatti soltanto una ventina d’anni fa.
In precedenza, le coppie omo-affettive non erano ‘famiglie’ – non erano considerate tali dalla società e, in buona parte, nemmeno le persone LGBT+ che le componevano si percepivano in questo modo.
I temi relativi alle nostre famiglie sono sempre stati molto legati alla politica.
Secondo me, lo rimarranno anche in futuro.
La società evolve e cambia in continuazione… c’è una sorta di spinta al progresso dell’umanità: tutti cerchiamo sempre di migliorare, di stare meglio, anche sperimentando pratiche innovative al di là dei canoni della maggioranza…
E’ però la politica che decide la velocità di tale forza universale – la può accompagnare, sostenere o contrastare; può inoltre condizionare il clima sociale.
E’ la politica che, in fin dei conti, decide formalmente se riconoscere i diritti – anche quelli ‘personalissimi’, cioè connessi all’identità.
La storia ha dimostrato che la politica può anche fare passi indietro.
> Qual è il futuro migliore per le nostre famiglie, dal tuo punto di vista?
Nel futuro che preferisco, lo Stato non farebbe alcuna differenza tra famiglie etero-affettive e famiglie omo-affettive.
Il genere sarebbe un’informazione superflua, ininfluente; non servirebbe più specificarla, come invece oggi siamo obbligati a fare, perché ci sarebbe piena parità di trattamento e di tutela.
Come avvocato, mi occuperei soltanto questioni ‘ordinarie’, uguali a tutte le famiglie, come le separazioni, i divorzi, i testamenti…
> Cosa dovremmo fare, come comunità LGBTQI, per avvicinarci a questo scenario?
Creare autentici spazi di scambio tra di noi, innanzitutto.
L’attuale carenza di occasioni di questo tipo ha a che fare con la storia del nostro movimento.
Il fatto che non ci sia più un’unica associazione di riferimento [Arcigay – NDR] e che negli anni siano sorte molte altre realtà, tra cui alcune specializzate per temi (giuridiche, sportive, sulla salute… ) o monografiche per soggettività (lesbiche, trans, famiglie, migrazioni, disabilità… ) è sicuramente stata una svolta positiva, se si considerano l’offerta di servizi, la possibilità di raggiungere le persone, la capacità di realizzare dei propositi pratici.
Ha però anche comportato un effetto negativo: non c’è più un ‘contenitore’ – ampio, internamente eterogeneo – che aggreghi le diverse posizioni e ne promuova l’approfondimento e la discussione, con lo scopo di giungere infine a una sintesi condivisa degli obiettivi da perseguire.
Al giorno d’oggi, questa fondamentale attività – che è ‘politica’ e formativa – è molto più complessa: è quanto mai necessaria un’efficace a agile rete di collaborazione tra le associazioni.
> La comunità LGBTQI si esprime con molte più voci oggi rispetto a un tempo…
Questo è un fattore positivo, che pone sfide nuove:
– Come costruire una voce comune?
– Come tenere unita la comunità?
– Cosa fare quando le opinioni sono tra loro confliggenti?
La mia bussola è l”Auto-determinazione’.
Certamente, ognuno è libero di esprimere la propria opinione individuale, anche su questioni che non lo ‘toccano’ in prima persona; questa varietà è ricchezza.
La comunità LGBTQI che vorrei non si limita però a cercare una sintesi di tale pluralità di pareri: quando costruisce la propria posizione, invece, cerca anche il coinvolgimento delle persone direttamente interessate.
La nostra voce collettiva non può essere soltanto l’esito di studi e ricerche, che rimangono importanti ma non possono sostituire le persone.
Non può essere conseguenza di ‘accomodamenti’ o mediazioni al ribasso.
Soprattutto, non può essere contraria alle scelte, ai valori, alle aspirazioni dei protagonisti, cioè delle persone che vivono quei temi ogni giorno nella propria vita.
