
Questo post è parte del laboratorio “I futuri delle famiglie LGBTQI nell’Italia del 2050”.
Sandro Mattioli, bolognese, da molti anni è parte del movimento LGBTQI (lesbiche gay bisex trans queer intersex), al cui interno si è occupato soprattutto di salute.
Appartiene alla generazione che ha affrontato in prima persona la crisi dell’HIV/AIDS. E’ tra i fondatori di Plus, la prima organizzazione italiana di persone LGBTQI HIV-sieropositive.
Nel 2050, Sandro avrà 87 anni – “Quel giorno, chissà dove sarò…. Faccio fatica a pensarci oggi, anche perché l’HIV/AIDS mi ha portato a ragionare soltanto in termini di quotidianità. Solo di recente, e con fatica, comincio a fare qualche pensiero sul futuro. Quando sarò anziano, probabilmente succederà anche a me di chiedermi [ironicamente]: ‘Ma e adesso cosa faccio? Non pensavo di arrivare a questa età, pensavo di morire almeno 15 anni fa… ‘“.
A marzo 2024, per la mia tesi di fine master, ho voluto raccogliere anche la sua opinione sui futuri delle nostre famiglie.
Questo post, che è stato da lui vistato, raccoglie una selezione delle sue idee, analisi, sfide al riguardo.
Io le ho riorganizzate, al fine di renderle omogenee allo stile di questo blog.
> Molte cose sono cambiate negli ultimi 50 anni in Italia. Sono cambiate anche le nostre famiglie?
A me non pare: non c’è infatti stata alcuna rivoluzione e i pochi cambiamenti occorsi sono stati di piccola entità.
Su questi aspetti, l’Italia è partita in ritardo e procede molto lentamente.
Il nostro non è un Paese davvero libero, perché fortissima è ancora la cultura religiosa tradizionale, che è sessuofobica, omofobica e fintamente rispettosa delle persone.
Per essere noi stessi, da 40 anni siamo costretti a difenderci e lottare contro questo sostrato oppressivo, che esiste da secoli ed è presente in tutte le parti politiche – a destra e a sinistra – e nello Stato.
Quanto tempo e quante risorse potremmo dedicare invece a stare meglio tutti quanti!
In Italia, con questa base culturale, noi persone LGBTQI finiamo isolate… la nostra strada è sempre in salita – arriviamo in Parlamento con una buona proposta ma poi, al momento del voto, perdiamo.
Negli ultimi 20 anni, poi, questa cultura ha fatto da sponda alle spinte oltranziste vetero-familiste.
Per certi versi, la situazione sociale è quindi persino peggiorata.
> Come vedi i prossimi 25 anni?
Non vedo grandi segnali di discontinuità.
In ogni caso, i cambiamenti sociali richiedono tempi più lunghi, specie quando coinvolgono i valori fondamentali di una società.
Io, comunque, voglio continuare a sperare in un futuro migliore.
Non ci voglio rinunciare, e non vogliono andarmene.
> Cosa dobbiamo fare oggi in vista del futuro che vogliamo?
Dobbiamo investire in cultura per cambiare le fondamenta di questo Paese.
Dobbiamo contrapporci alla cultura tradizionale con una proposta alternativa, in cui anche altri possano riconoscersi… Una proposta adatta a noi, indipendente, che sia di tutti noi e non soltanto di un’esigua minoranza...
Senza cercare l’approvazione degli altri e senza assimilarci alle vite degli altri, come talvolta invece facciamo, purtroppo, ad esempio per quanto riguarda i modelli familiari.
E’ un obiettivo complesso, con tempi necessariamente medi e lunghi.
Però è l’unica strada, secondo me, per poter andare lontano.
> Parliamo della nostra comunità: quali spazi di miglioramento scorgi?
Intravedo due binari, che procedono assieme.
Innanzitutto, dobbiamo ricominciare a fare elaborazione politica: chiederci il perché, ragionare assieme sugli scopi ultimi, analizzare il Paese che vogliamo costruire grazie alle nostre decisioni e scelte concrete.
Oggi, invece, c’è più attenzione al ‘bel strumento operativo’ rispetto che all’interrogativo di fondo: ‘Ok, ma lo uso per cosa?’
Siamo molto operativi, ma questo, secondo me, non basta; serve un pensiero ‘alto’.
Senza idealità perdiamo il senso critico delle cose che facciamo, non immaginiamo alcun futuro… ci rimangono soltanto i piccoli progetti e la mera contrapposizione tra fazioni che animano il presente.
> E il secondo binario?
Riscoprire le connessioni tra persona e comunità, in termini di libertà, crescita, diritti.
Oggi il senso collettivo di comunità è basso, non ha molto valore.
E’ più forte l’attenzione al sé e al proprio gruppo.
Ognuno pensa primariamente ‘ai propri’ – ‘Cosa ci guadagno?’
E’ la logica del ‘Me First’: vieni ascoltato soltanto se ciò che racconti si riferisce direttamente alla soggettività di cui fa parte il tuo interlocutore.
I ragionamenti politici generali, trasversali, rischiano di cadere nel vuoto.
> Una specie di atteggiamento ‘neo-tribale’?
E’ importante rivendicare la propria identità, la propria specificità, soprattutto se essa è silenziata o poco considerata.
Ma attenzione a non trasformare tutto ciò in nuovo ‘ego-centrismo’, che, secondo me, sarebbe un preoccupante passo indietro per tutti noi.
