La ‘Mascolinità tossica’ è un mito ed è nocivo? Sì. 4 percorsi per de-costruirlo

Da circa un decennio, il concetto di ‘Mascolinità tossica’ è diventato dominante in vari ambienti progressisti.
E’ un caposaldo funzionale all’agenda femminista.
Ed è particolarmente evidente all’interno della comunità LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex).

Il concetto di ‘Mascolinità tossica’ ha un valore fondamentale.
Ma presenta vari rischi, tra cui:

  • Rispecchiare il disinteresse e la rimozione della cultura e della società mainstream nei confronti dei vissuti e delle esigenze degli uomini e dei bambini
  • Riprendere la vecchia, sbagliata idea secondo la quale alcune persone hanno, indipendentemente dalla propria volontà, qualcosa di strutturalmente – persino ‘naturalmente’ – patologico dentro di sé, che deve essere ‘esorcizzato

Se non vogliamo che diventi un dogma, al pari di tutti i concetti, il concetto di ‘Mascolinità tossica’ va verificato, contestualizzato, criticato.
Anche sostituito, se necessario.

La validità del concetto di ‘Mascolinità tossica’ non può essere data per scontata una volta per sempre.
Di più, tale concetto non può essere automaticamente e costantemente applicato per incasellare tutto l’eterogeno panorama maschile, che ovviamente presenta aspetti sia positivi sia negativi, in un’unica, immutabile, semplice, colpevolizzante cornice interpretativa.
Al contrario, è necessario che chi lo usa rifletti su di sé.

La polarizzazione dell’attuale dibattito sul ‘Gender’ rende più ardua questa operazione di auto-analisi.
Eppure, ciò è quanto mai urgente, visto che appare particolarmente fragile l’unica proposta-appello che il concetto di ‘Mascolinità tossica’ riesce a generare nei confronti delle soggettività maschili: ‘pentitevi‘, soprattutto, ‘correggete ciò che c’è di sbagliato in voi’ e, ‘se ce la fate, fate riferimento al campo della femminilità’.

E’ necessario investire su un nuovo tipo pensiero, che risolva i vicoli ciechi e le mancanze delle teorie sia di destra che di sinistra.


4 PERCORSI DI MIGLIORAMENTO

  1. Una definizione più reale
  2. Abbracciare tutta la scienza
  3. Non incolpare la vittima
  4. Per un’autentica equità


1) UNA DEFINIZIONE PIU’ REALE

Il concetto di ‘Mascolinità tossica’ va innanzitutto definito nel dettaglio.
Il suo significato deve essere specificato: non può essere apposto indiscriminatamente, quasi a far intendere che è la mascolinità in sé, senza distinzioni, ad essere problematica – ‘Se sono nato maschio e sono a mio agio e mi piace la mia identità, sbaglio qualcosa?’.

Inoltre, per essere davvero utile a comprendere la realtà, a coglierne le diverse sfumature, deve essere in grado di distinguere il fenomeno, che va descritto e operazionalizzato, da un lato, e il giudizio – che è invariabilmente di riprovazione – su di esso, dall’altro.

Infine, il carattere di ‘tossicità’ non può essere rilevante soltanto per un genere (quello maschile). Posto di fronte allo stesso comportamento, deve poter essere applicato anche all’universo femminile – ‘Mascolinità tossica’ e ‘Femminilità tossica’ – andando quindi oltre ad auto-censure che hanno motivazioni più ideologiche che concrete.


2) NON INCOLPARE LA VITTIMA

Giustamente, la narrazione progressista sui problemi sociali è solitamente molto accorta nell’attribuire le responsabilità per il loro accadimento: ‘Di chi è la colpa? Della società e/o del singolo?’.
Tale importante attenzione nel distinguere e dosare tra cause strutturali e cause individuali va in crisi di fonte alle questioni maschili: nei confronti dei maschi, infatti, l’attribuzione egemone è quella alla persona.

Ad esempio:

  • Gli uomini muoiono prima / si suicidano di più, perché non si curano / non esprimono i loro sentimenti‘ (vs. perché i servizi sanitari non sono adatti alle soggettività maschili?)
  • A scuola i ragazzi prendono voti peggiori rispetto alle ragazze, perché si impegnano di meno’ (vs. perché il corpo insegnante ha due pesi e due misure nelle valutazioni / perché il curriculum formativo non valorizza i tratti maschili?)

La medicina di genere è certamente importante, ma ha finora mostrato di essere attenta soltanto alle specificità del femminile.
Ha conseguito importanti risultati, ma ha lasciato spesso il maschile al proprio destino ‘tossico’.

E’ interessante notare come, su questi temi, convergano sia il pensiero di destra – secondo il quale la mascolinità è la soluzione – sia il pensiero di sinistra – secondo il quale la mascolinità è il problema: entrambi, infatti, danno peso soltanto agli aspetti micro di tipo psicologico e lasciano sullo sfondo quelli macro di natura sociologica ed economica.


3) ABBRACCIARE TUTTA LA SCIENZA

Se il pensiero di destra cede spesso alla tentazione di negare le evidenze delle scienze ambientali, come vediamo ogni giorno sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico, il pensiero di sinistra mostra di essere in difficoltà con quelle delle neuroscienze in riferimento al sesso e al genere.

E’ infatti oramai assodato che le differenze tra i sessi hanno [anche] basi biologiche.
Vale a dire, non è vero uno dei princìpi più amati dai teorici della ‘Mascolinità tossica’: che cioè gli elementi psicologici e sociali degli uomini e delle donne sono completamente e assolutamente il risultato della socializzazione.

Chi crede nel concetto della ‘Mascolinità tossica’ crede, per un verso, che tale condizione sia costruita socialmente, cioè sia l’esito di un processo di acculturazione, e, per l’altro verso, che sia sempre possibile ri-acculturarsi.
Se vogliamo davvero abbracciare la scienza, va de-costruito questo assioma cardinale; vanno trovati dei limiti e delle condizioni alla sua applicazione.

Non sono d’accordo con le correnti essenzialiste, che ‘naturalizzano’ le differenze sessuali che osserviamo oggi – nemmeno quelle che, in ambito femminista, amano selezionare alcuni esiti di ricerca per concludere che le donne sono biologicamente più evolute e superiori rispetto agli uomini.
Allo stesso tempo, però, credo che vadano incorporati e meglio valorizzati, nella nostra riflessione sul genere, gli esiti di questi nuovi filoni di studio.
Nessun riduzionismo – né genetico né sociale – aiuta a comprendere in profondità la realtà, per poterla poi efficacemente migliorare.


4) PER UN’AUTENTICA EQUITA’

Una parte importante del problema riguarda l’incapacità / indisponibilità di molti a valutare le disparità di genere per come che esse sono veramente, nella vita quotidiana: alle volte sono le donne ad essere discriminate, altre volte gli uomini.

Ciò implica affermare che:

  • Le questioni aperte non si collocano tutte da un unica parte – o, per lo meno, che questa ipotesi va provata
  • E’ possibile occuparsi dei problemi di entrambe le parti – il gioco non è infatti a somma zero
  • Occuparsi delle questioni aperte della parte ‘A’ non significa delegittimare quelle della parte ‘B’ – quasi che l’esclusività fosse richiesta per poter essere accreditati (da chi?) a riflettere su questi temi
  • L’allocazione delle risorse disponibili per occuparsi delle questioni aperte di entrambe le parti deve fondarsi sull’effettiva distribuzione di tali problemi: se una parte ne ha di più, è giusto che riceva più risorse – sulla base di reali evidenze, misurate e valutate con qualità

… tutte considerazioni elementari e neutrali, parrebbe… ma che si scontrano con prassi improntate invece al ‘tutto ad una parte e niente all’altra’.
Oggi in Italia quasi tutti gli organismi che si occupano di parità di genere operano in modo asimmetrico: si attivano soltanto quando si presentano svantaggi ai danni delle donne.
Gli svantaggi ai danni degli uomini sono ignorati, non registrati, sminuiti, o – persino – di fatto giustificati.

Tale distorsione si auto-alimenta e produce ingiustizie.
E’ stata strategica negli anni scorsi, ma ora – con il mondo che è cambiato nel frattempo – va rivalutata.
Ne avremo la visione e il coraggio?


P.S.
Per scrivere questo post ho trovato molti spunti interessanti in “Of Boys and Men: Why the Modern Male Is Struggling, Why It Matters, and What to Do about It“, di Richard Reeves.
Gli sono debitore.
Qui un suo articolo:
https://bigthink.com/the-present/toxic-masculinity-myth/


Lascia un commento