
Questo post è parte del laboratorio “I futuri delle famiglie LGBTQI nell’Italia del 2050”.
Enzo Cucco abita a Torino.
Ha maturato una lunga esperienza nel movimento LGBTQI (lesbiche gay bisex trans queer intersex), al cui interno, da tempo e tra i primi nel nostro Paese, ha cominciato a occuparsi di vecchiaia e invecchiamento.
Nel 2050, Enzo avrà 90 anni – “Quel giorno, sarò già morto, oppure sarò un vecchio ‘rincoglionito’“.
A febbraio 2024, per la mia tesi di fine master, ho voluto raccogliere anche la sua opinione sui futuri delle nostre famiglie.
Questo post, che è stato da lui vistato, raccoglie una selezione delle sue idee, analisi, sfide al riguardo.
Io le ho riorganizzate, al fine di renderle omogenee allo stile di questo blog.
> Cosa pensi dei futuri delle famiglie LGBTQI?
In questo campo, la politica si fa ‘sentire molto’.
Noi dipendiamo molto dalle sue dinamiche.
Il punto è che il nostro movimento non è ancora riuscito ad incardinare questi temi all’interno di un contesto più generale: quello della parità dei diritti fondamentali – non soltanto tra persone eterosessuali e omosessuali, ma soprattutto tra bambini e bambine di famiglie diverse.
> Perché, parlando di famiglie LGBTQI, hai scelto di introdurre subito i temi dei nostri figli e delle nostre figlie? La genitorialità LGBTQI è importante, ma rimane un’esperienza numericamente delimitata tra di noi, non trovi?
Dal punto di vista giuridico, oggi il vulnus principale, cioè la maggiore violazione del diritto e l’ingiustizia più grande, concerne certamente il riconoscimento dei figli e delle figlie.
La filiazione è uno snodo fondamentale, anche perché è stata lasciata scoperta dalla legge sulle unioni civili, che ha trattato soltanto parte delle questioni sul tappeto e ci ha lasciato in balìa di un percorso ad ostacoli con i tribunali.
Le famiglie same sex con figli sono meno tutelate rispetto a quelle senza figli.
> Come te l’immagini l’Italia del 2050 da questo punto di vista? E cosa dovremmo fare oggi?
Io voglio il matrimonio egualitario con il pieno riconoscimento alla nascita di tutti i bambini e bambine.
Osservo però che questo obiettivo è oggi lontanissimo dalle agende sia politiche sia sociali, sia di destra sia di sinistra. Impegnare tutte le nostre energie per il suo conseguimento mi pare un’operazione destinata a fallire, per ora. E’ un argomento condannato all’irrilevanza, in questo momento; interessa soltanto a noi del movimento LGBTQI.
In questa fase, trovo meno difficile impegnarsi per un altro scopo: la riforma del sistema delle adozioni, al fine di semplificare le procedure e prevedere autentiche e integrali soluzioni che non discriminano i bambini e le bambine.
Certo, non è un obiettivo esaustivo, ma almeno è raggiungibile – un significativo passo in avanti.
Tuttavia, è vero che noi non dobbiamo ridimensionare i nostri scopi e le nostre richieste: sarà poi eventualmente la politica a mediare per creare alleanze e giungere all’approvazione dei provvedimenti.
Da parte nostra, però, servono proposte compiute, concrete, organiche, utili. Pochi le hanno, purtroppo.
Spesso ci fermiamo alla discussione, ragioniamo sui pensieri.
Dobbiamo invece agire in positivo.
Servono progetti di legge di qualità in termini sia di contenuti tecnici che di forma.
Servono testi consolidati da cui partire.
> Perché non ci riusciamo, secondo te?
Nel nostro movimento oggi manca la capacità di vedersi tra 50 anni, di capire le possibili evoluzioni dei fenomeni e gli impatti futuri delle decisioni di oggi – nostre e di altri (della politica, della Chiesa cattolica… ).
Dobbiamo ancorare meglio alla realtà le nostre proposte, i nostri obiettivi, le nostre campagne, per poter incidere veramente.
> Nel futuro che immagini, c’è un rischio importante che oggi sottovalutiamo?
Sì, sono preoccupato una questione relativa alla nostra immagine sociale.
Finora, nella comunicazione pubblica sulle nostre famiglie, noi e i mass-media abbiamo rappresentato soltanto uno degli aspetti della vita di coppia: l’affettività.
‘Love is Love’ è stato uno slogan vincente: ci ha fatto conoscere, ha ampliato il consenso sociale sulle nostre vite e le nostre rivendicazioni.
Se ci pensi, abbiamo dato spazio prevalentemente alle coppie anziane che stavano assieme da molto tempo, che si amavano da morire e volevano morire assieme come famiglia, e alle coppie di gay e lesbiche che desideravano davvero di coronare la propria storia d’amore con la genitorialità. Sono questi i casi più ‘gettonati’.
E’ innegabile: l’amore è un collante meraviglioso, più ce n’è e meglio è… ma la famiglia non è soltanto frutto dell’amore… nessuna famiglia lo è, non soltanto le nostre famiglie.
Tra l’altro, l’amore romantico è una invenzione sociale relativamente recente.
> Una visione un po’ ‘confettata’, capisco… ma qual è la minaccia?
La famiglia può essere anche conflitto, violenza, oppressione: le famiglie possono litigare, rompersi, separarsi – anche in presenza di figli, che possono persino diventare oggetto del contendere.
E’ sempre stato così, da quando la famiglia è nata.
Mi spaventa la possibile reazione della società di fronte a storie di questo segno che magari arriveranno sui giornali: produrranno un contraccolpo negativo? ci faranno arretrare? ridaranno fiato alle mai sopite spinte omofobiche?
Io non metto in discussione le storie che abbiamo raccolto e diffuso; sottolineo però che non sono rappresentative di tutto il nostro mondo: ci sono altri tipi di coppie e famiglie e altri tipi di dimensioni coinvolte (sociali, economiche, materiali, di responsabilità… ).
Mi chiedo inoltre se il silenzio attuale sulle reali fragilità delle nostre famiglie ci potrà mettere in difficoltà in futuro.
Dovremmo prepararci per tempo, con consapevolezza, coraggio e lungimiranza – al nostro interno, con le tutele, le norme e le procedure, con il mondo dei servizi.
