Il Pride, la sua storia ed il nostro presente

don'thide

1) Che cos’è il Pride
2) Il Pride è un movimento collettivo
3) Stonewall tra storia e agiografia
4) Passato e presente

1)
CHE COS’E’ IL PRIDE

Il Pride è auto-stima. E’ il non vergognarsi di mostrarsi agli altri per ciò che si è veramente. E’ l’opposto di nascondersi.
Per le persone LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex), il Pride è una conquista, e piuttosto recente, visto che, in secoli di storia, contro di loro sono stati costruiti pregiudizi, silenzi, discriminazioni.

“Pride” è un termine inglese. E’ infatti nel contesto anglosassone che questo concetto è stato elaborato per la prima volta a livello di comunità.
La sua traduzione in italiano può creare degli equivoci. La resa diretta sarebbe “orgoglio”, ma nel nostro Paese questa parola è sinonimo di “superbia”. Il corrispettivo più corretto sarebbe “fierezza”, che è però un termine inusuale. Per questo motivo, molti preferiscono conservare l’inglese – “Pride”.

Il Pride descrive sia questo amor proprio, sia i cortei che ogni anno, tra giugno e luglio, vengono organizzati dalle persone LGBTQI in molte città anche d’Italia (“Gay Pride”).
Questi due aspetti (psicologico e sociale) sono strettamente interconnessi: le marce celebrano, in un giorno speciale e tutti assieme, la sfida della visibilità che ognuno vive ogni giorno.

2)
IL PRIDE E’ UN MOVIMENTO COLLETTIVO

Il Pride è un movimento collettivo. Oggi è diffuso in tutto il mondo occidentale e in parte di quello non-occidentale. Secondo alcuni, è una delle componenti della globalizzazione e della modernità; secondo altri, è un bene comune della società contemporanea, da tutelare.
Milioni di persone ne sono coinvolte e ne condividono, in vario modo, i valori, le priorità, le pratiche.
E’ un fenomeno che si impone all’attenzione, che interpella e spesso polarizza i punti di vista. In altre parole: non passa inosservato.

Il Pride non ha un ‘capo’, cioè non si basa su una piramide in cui vi sono decisori ed esecutori, ma si fonda sulla collaborazione di una moltitudine di individualità. Le responsabilità sono condivise. Le persone lo fanno proprio e vi partecipano perché lo ritengono importante per sé.
E’ in questo modo che il Pride si riproduce, anno dopo anno.

Il Pride non è un organismo biologico, che ha inizio in un preciso momento, ad opera di una specifica persona. Al contrario, sono molti gli eventi e le soggettività che ne condizionano la genesi, l’evoluzione, la diffusione.
Il Pride è una serie di accadimenti, intenzioni, azioni.

Pur mantenendo una propria identità, il Pride si adatta e le sue priorità cambiano a seconda delle contingenze.
Anche la sua forma è diversa – da Paese in Paese, e da periodo a periodo. In certi contesti è più una festa, altrove una lotta. E’ comunque Pride.

Di conseguenza, non possono avere risposta interrogativi lineari come: ‘Chi ha inventato il Pride?’, oppure: ‘Quando è nato il Pride?’. Sono domande non pertinenti.
Le questioni appropriate, e in fin dei conti più interessanti, sono di altro tipo, forse più complesse, indeterminate, senza una soluzione immediata, come ad esempio:

  • Perché il Pride è ‘venuto fuori’ [coming out] in quel luogo e in quel momento?
  • Quali condizioni ne hanno favorito l’emersione?
  • Perché non è stato un ‘fuoco di paglia’ ma si è invece diffuso altrove, coinvolgendo altre persone, altre classi sociali, altri luoghi?
  • In cosa è cambiato, nel tempo e nello spazio?

3)
STONEWALL TRA STORIA E AGIOGRAFIA

Questa indeterminatezza ha un costo.
Perché – diciamocelo in tutta franchezza – sarebbe forse più facile avere una madre fondatrice o un padre fondatore, verso cui essere grati, un modello di riferimento.
Sarebbe più funzionale disporre di una data di ‘nascita’, di cui celebrare l’anniversario.
Specie nell’era dei social media.

Varie persone LGBTQI considerano i cosiddetti “Moti di Stonewall” come l’inizio della nostra storia di comunità.
Come ben dice Wikipedia, essi

[….] furono una serie di violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la polizia a New York.
La prima notte degli scontri fu quella di venerdì 27 giugno 1969 poco dopo l’1:20 di notte, quando la polizia irruppe nel bar chiamato “Stonewall Inn”, un bar gay in Christopher Street nel Greenwich Village.
“Stonewall” (così è di solito definito in breve l’episodio) è generalmente considerato simbolicamente il momento di nascita del movimento di liberazione gay moderno in tutto il mondo. Per questo motivo il 28 giugno è stato scelto dal movimento LGBT come data della “Giornata mondiale dell’orgoglio LGBT” o “Gay Pride”.
Simbolo dei moti di Stonewall è diventata la donna transessuale Sylvia Rivera, che si vuole abbia cominciato la protesta gettando una bottiglia
[altre versioni parlano invece di una scarpa col tacco] contro un poliziotto.

I Moti di Stonewall sono stati un fatto storico, durante il quale varie persone LGBTQI si sono pubblicamente contrapposte, forse per la prima volta, al sistema di potere dominante, al fine di difendere se stesse ed il proprio mondo, mettendosi in campo in prima persona, con – a quanto pare – orgoglio e coraggio.

Ogni anno ricordo Stonewall con piacere, impegno e riconoscenza.
Penso sia stato un passaggio fondamentale della nostra storia LGBTQI. E’ una radice importante, anche perché connette le generazioni e ci consegna un’immagine in cui specchiarci.
Allo stesso tempo, però, pensare che Sylvia Rivera, con l’epico lancio della sua scarpa col tacco, sia l’origine di tutto, è però una ricostruzione semplificatoria e in fin dei conti sbagliata. Perché – ne sono convinto – il Pride è una dimensione di comunità e non dei singoli cittadini.
In tutta franchezza, io non credo che il nostro Pride sia ‘venuto al mondo’, d’un tratto, in quel bar americano, 30 anni fa. Provocatoriamente, non è vero che ‘Il primo Pride fu una rivolta’ – che è uno degli slogan più in voga, puntuale ogni giugno, su Facebook.

4)
PASSATO E PRESENTE

Forse la mia è una posizione di minoranza all’interno della comunità LGBTQI.
Discutiamone.

Il punto è che sono preoccupato perché, poste di fronte alla diversità di punti di vista ed alle sfide odierne, diverse persone LGBTQI hanno cominciato a giudicarsi reciprocamentte sulla base dell’adesione ad una sorta di decalogo del Pride, di identikit fisso e immutabile – ‘Il Pride è uno solo’, pensano, e ‘Se non la pensi così, c’entri poco o nulla con la manifestazione’.
Io trovo che questo sia un modo sbagliato per porre la questione.
Gli slanci ‘puristi’ e ‘autenticisti’ – ‘Non rappresenti il vero Pride’, ‘Non sei dentro’, ‘Non rappresenti la continuità con Sylvia Rivera’ – sono dei vicoli ciechi.

Va dato il giusto peso alle icone.
Le icone non sono reliquie.

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