I gay ai tempi del web

internet

Alcuni cambiamenti sono così lenti, che non te ne accorgi.
Altri sono così veloci, che non si accorgono di te.
(Ashleigh Brilliant)

1) La rivoluzione digitale
2) Aspetti positivi e negativi
3) Le applicazioni per smartphone ci condizionano
4) E per quanto riguarda i gay?
– Utilizzo di app per la ricerca di partner (sessuali e/o affettivi)
– Web, app e… identità e comunità gay
– Web, app e… auto-stima gay

1)
LA RIVOLUZIONE DIGITALE

Internet, gli archivi digitali, gli algoritmi, il personal computer, lo smartphone hanno cambiato radicalmente il mondo in cui abitiamo, la percezione e l’esperienza delle cose che accadono, noi stessi.

L’avvento dell’informatica è stata una rivoluzione – totale, fulminea, travolgente, globale.
Difficile sottrarsi al suo impatto… di fatto impossibile.

Se volgiamo lo sguardo a come eravamo soltanto 20 anni fa, fatichiamo a riconoscerci: ci pare infatti che alcune risorse, benché create o diffuse soltanto nell’ultimo decennio, siano oggi ormai irrinunciabili (Whatsup, Facebook, il cloud, l’e-commerce… ).

Questo destino sembra inarrestabile, anche perché la digitalizzazione e la globalizzazione si rafforzano a vicenda.
Stanno infatti per essere lanciate molte ulteriori invenzioni che scriveranno nuovi orizzonti nel nostro modo di vivere la salute, la sicurezza, il lavoro, l’istruzione, la casa, gli affetti, il governo.

2)
ASPETTI POSITIVI E NEGATIVI

Una metamorfosi così drastica ha prodotto e continua a generare un’infinità di conseguenze – dirette e indirette, micro e macro, positive e negative.
Di alcune abbiamo consapevolezza; di altre cominciamo a scorgere gli effetti.
Alcune ci fanno ben sperare; su altre siamo ora disillusi; altre ancora ci inquietano.

  • Da un lato, comunicare, viaggiare, vendere e comprare, processare e calcolare, scambiare e ricercare diventano attività più agevoli, alla portata di un più ampio pubblico.
    Non ha, inoltre, più confini la possibilità di conoscere nuove persone, nonché di rimanere in contatto con amici e familiari. Tutto il mondo è a portata di un click.
  • Dall’altro lato, e allo stesso tempo, le differenze sociali si riproducono e si creano nuove élite e sacche di privilegio.
    Nuove strategie commerciali, anche dolose, prendono corpo: è questo il caso, ad esempio, dell’obsolescenza programmata e della messa a disposizione di prodotti gratuiti (‘Quando un prodotto è gratis, vuol dire il prodotto sei tu’).

L’accesso pressoché illimitato a indicazioni, notizie e contatti è una grande scommessa e una grande speranza.
In un primo tempo, esso ci pareva – in sé – un passo avanti verso la piena uguaglianza e democrazia
Ora, in vari casi, sta invece dimostrando una serie di limiti:

  • Il Grande Fratello esce dalle pagine di George Orwell e diviene un pericolo reale
  • Si fa pressante l’esigenza di tutelare le informazioni personali e sensibili contenute nei big data
  • Le fake news sono una pandemia

3)
LE APPLICAZIONI PER SMARTPHONE CI CONDIZIONANO

Le app ci accompagnano costantemente durante il giorno, e la notte.
Sono parte integrante dei nostri sensi, gesti, cognizioni; secondo alcuni, sono diventate un nostro prolungamento.
La ricerca scientifica si sta interrogando su cosa ciò comporti per la nostra vita, forse persino per il nostro corpo.

C’è chi osserva, innanzitutto, che l’essere iperconnessi non significa necessariamente essere meno soli.
Al contrario, l’emergenza rappresentata dai c.d. ‘hikikomori‘ (vale a dire: persone che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, rinchiudendosi nella propria camera, senza alcun tipo di contatto diretto con il mondo esterno tranne quello mediato dalle tecnologie), che sono comunque un’eccezione estrema all’interno di questo panorama, ci ricorda drammaticamente come l’abuso di Internet possa determinare un enorme disagio, come le tossicodipendenze cambino forma.

Più in generale, l’uso intensivo delle app può rendere più ‘pigri‘ – in termini sia sociali (si esce meno con gli amici, c’è meno comunicazione vis-à-vis), che emotivi (si diventa meno empatici – sempre o in modo intermittente, talvolta ‘a comando’).
Quest’ultimo aspetto desta particolare preoccupazione: la ‘pigrizia’ colpisce infatti anche l’area dei sentimenti. Non va dimenticato che il 70% della comunicazione è non verbale e che l’abilità di mettersi nei panni dell’altro passa attraverso codici che non sono trasmissibili, ad esempio, via Messenger.
Secondo queste ricerche, affidarci solamente o soprattutto ai social network per interagire con le persone e/o fare esperienza del mondo rischia di renderci:

  • Sia persone forse più informate ma certamente meno sensibili nei confronti degli altri
  • Sia persone più focalizzate e dipendenti dai propri bisogni primari, tra cui: la paura – e quindi il bisogno di fare gruppo per difendersi; la noia – e quindi il bisogno di sempre nuovi stimoli; l’ansia e l’incertezza; il piacere, anche in termini di eccitamento sessuale

Altre indagini sottolineano come le app influiscano sui nostri tratti biologici e fisiologici, da diversi punti di vista:

  • Qualcuno usa, senza mezzi termini, la locuzione ‘riprogrammazione del nostro cervello‘, caratterizzata dalla drastica riduzione dello span di attenzione, e quindi dal bisogno compulsivo e incessante di input, e, specularmente, dall’incapacità a stare fermi, zitti, a pensare.
    Lo confermerebbe l’aumento esponenziale di diagnosi di
    ADHC (“disturbo da deficit di attenzione e iperattività”), specie tra i più giovani.
    Su questo fronte, i c.d. ‘nativi digitali’ sarebbero molto più vulnerabili degli ‘immigrati digitali’: i primi sarebbero infatti particolarmente ‘malleabili’ e a rischio di non sviluppare mai una serie di abilità sociali e cognitive, mentre i secondi rischierebbero, all’opposto, di perdere semmai parte di quelle acquisite in precedenza.
  • Qualcuno nota delle modificazioni anatomiche.
    Una recente ricerca australiana nota che l’abuso di cellulare starebbe facendo crescere delle protuberanze ossee alla base dell’osso occipitale, a causa del continuo stress muscolo-scheletrico causato dalla postura sbagliata per guardare continuamente gli schermi di smartphone e tablet.
    Altre indagini azzardano possibili evoluzioni del nostro corpo, alcune delle quali già in corso, in funzione di queste nuove tecnologie; la questione rimane tuttavia controversa, anche perché, come fanno notare altri,
    i processi di mutazione genetica (C. Darwin) richiedono tempi molto più lunghi per essere realizzati
  • Un altro filone è quello focalizzato sulle patologie (fisiche e mentali), ovvero sull’analisi dei trend delle diagnosi.
    Oltre all’incremento dell’ADHC, citato in precedenza, vi sarebbe, ad esempio, un esplosione di casi del
    “pollice da smartphone”, una forma di tendinite che fino a pochi anni fa colpiva soltanto i lavoratori costretti a operazioni manuali estremamente ripetitive.
    Più in generale, alcuni scorgono segnali di aumento del numero di situazioni multi-problematiche con una forte componente tecnologica; di persone insoddisfatte per la propria vita, con un senso di inconcludenza, alienazione, disimpegno, ansia, sovraccarico, incapacità a gestire i propri ritmi di vita.
    Altri notano un collegamento tra sovra-esposizione ai social media e impoverimento delle competenze linguistiche personali. Altri, infine, evidenziano l’influenza deleteria del c.d. ‘tecnostress’ sul benessere personale nonché sulla produttività lavorativa.
  • Altrettanto interessanti sono gli studi neurologici sulle sollecitazioni cerebrali e sule attività ormonali derivanti dal un certo utilizzo dei social media.
    E’, ad esempio, oramai assodato, come ricorda Jack Turban (“We need to talk about how Grindr is affecting gay men’s mental health”) che “l’orgasmo [nonché l’aspettativa dell’orgasmo, che qualifica l’esperienza della navigazione sulle app di ricerca di partner] determina l’attivazione delle aree [cerebrali] del piacere […] e la de-attivazione di quelle del self-control. E che queste forme di attivazione sono, in modo impressionante, simili a quanto abbiamo già riscontrato nei cervelli delle persone che usano eroina o cocaina. Quando un’azione neuronale (‘clickare’) si abbina a una risposta cerebrale di piacere (‘orgasmo’), le persone apprendono a ripetere all’infinito quella azione. […] specie se il rinforzo positivo [cioè il riuscire a finalizzare un incontro] avviene ad intervalli irregolari, com’è nel caso di Grindr.
    Suggestivi anche gli studi sulla melatonina, l’ormone del sonno. La sua produzione è collegata – in natura – all’alternanza tra giorno e notte. Essa sarebbe però anche sollecitata – artificialmente – dalla lunghezza d’onda delle lucine blu dei dispositivi elettronici, causando così degli stati simili ai jetlag.
    Altri ancora suggeriscono che le notifiche dello smartphone e i ‘Like’ su Facebook coinvolgono le stesse aree del cervello dell’oppio, danno lo stesso piacere e la stessa dipendenza.

In risposta a queste sfide, con toni talvolta drammatici (“L’allarme. Ragazzi e digitale, cervelli in tilt“: Avvenire, 10 maggio 2019), si sta sviluppando un insieme di teorie, tecniche e pratiche volte, a seconda dei casi, a utilizzare consapevolmente le nuove tecnologie, a prevenirne precocemente l’abuso, a ‘disintossicarsi’.

4)
E PER QUANTO RIGUARDA I GAY?

– Innanzitutto, in generale, gli uomini omo-bisessuali condividono le sorti del resto della popolazione in fatto di influsso sulla propria vita da parte della rivoluzione digitale e dell’uso compulsivo delle app.
– Aldilà di questo, vi sono delle opportunità e/o delle minacce specifiche per gli uomini omo-bisessuali, in relazione a delle loro caratteristiche distintive e peculiari?

Non vi sono risposte univoche a tale interrogativo.
La riflessione tratteggia un certo numero di aree interesse.
In questo post propongo tre traiettorie.
Le evidenze attuali non sono però sempre univoche, e richiedono indubbiamente ulteriori approfondimenti – a partire dallo stato dell’arte in riferimento alle altre minoranze sessuali (LGBTQI – Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex).

a)
Utilizzo di app per la ricerca di partner (sessuali e/o affettivi)

Di recente, si è alquanto discusso al riguardo, anche perché quest’anno compie 10 anni una delle app più famose e diffuse: Grindr.
(Questa app è stata scaricata 30 milioni di volte da quando è stata lanciata, il 25 marzo 2009, e ogni giorno 3 milioni di profili sono attivi al suo interno.)

L’impressione è che i gay tendano ad utilizzare questo tipo di app più intensamente degli altri.

I motivi sono diversi, tra cui:

  • Stato relazionale | I gay sono più spesso single
  • Cultura di comunità | Il sesso ricreativo è maggiormente legittimato, anche nelle relazioni di coppia
  • Società | il timore di pregiudizi e discriminazioni è tuttora pervasivo, e fondato
  • Mercato | I gay sono in netta minoranza numerica e sono dispersi sul territorio, è quindi improbabile incontrarli fisicamente negli spazi ordinari di aggregazione

Secondo me, questa maggiore esposizione vale ad ogni età, al punto che il digital divide tra le generazioni è meno presente all’interno della comunità gay rispetto che in altri gruppi sociali.
Alla base di ciò, c’è anche una specifica ragione storica: venuti meno e/o squalificati molti luoghi pubblici storicamente deputati agli incontri sessuali occasionali (aree verdi, cinema a luci rosse, parcheggi… ), che erano diffusamente utilizzati prima della comparsa del digitale, non è rimasto che il web, al quale hanno dovuto quindi avvicinarsi anche le coorti potenzialmente più distanti dal punto di vista anagrafico (persone già fuoriuscite dal mercato del lavoro, ad esempio… ).
Al predominio di Internet contribuisce, peraltro, anche lo stallo in cui si trovano, in varie parti d’Italia, i club privati esplicitamente gay (disco, pub, saune… ), con accesso tramite tessera. In questo caso non vi è però un chiaro nesso di causa ed effetto, ma i due elementi si confermano reciprocamente.

In definitiva, usando uno slogan, sembra proprio che il virtuale e il privato abbiano ‘fagocitato’ il reale e il collettivo.
(C’è però chi non è d’accordo con questa interpretazione, e fa giustamente notare come altre, più complesse dimensioni vadano richiamate per interpretare meglio i cambiamenti in corso.)

La recente indagine sociale “Gli anni che passano. Silver Rainbow“, conferma che la conoscenza e l’utilizzo di queste app sono assolutamente maggioritari.
In Italia, il 64,7% degli uomini omo-bisessuali le ha utilizzate negli ultimi 12 mesi (il 31,1% con soddisfazione e il 33,6% con insoddisfazione), il 34,3% non l’ha fatto e soltanto l’1,0% non sa cosa siano.
Se si analizzano queste statistiche incrociandole con la generazione di appartenenza, si scopre che all’aumentare dell’età diminuisce la quota degli utilizzatori soddisfatti ed aumenta quella dei non-utilizzatori.

Secondo alcuni, queste app hanno abbassato la qualità delle relazioni tra gay:

Grindr serve a trovare un uomo. Con cui fare sesso. Dietro l’angolo. […]
Grindr è quella cosa per cui, se siete a cena con altri gay, ad un certo punto della serata la conversazione si spegne, si smanetta sul cellulare e si pronunciano frasi come: <<C’è questo tipo a 300 metri.>> […]
Come ci relazioniamo con le persone nell’era di Grindr, ammessso e non concesso che siamo ancora capaci di farlo? […]
Ci scriviamo su Instagram, Facebook, Grindr, ma non ci vediamo mai.
Questo è il tempo delle grandi storie d’amore ambientate ognuno a casa propria.”(Simone)

Grindr ha ‘spappolato’ tutto.” (Mirko)

Molti locali e realtà di socializzazione sono morti a casa di questi social. E un po’ mi dispiace per questa generazione.” (Giovanni)

Grindr è l’equivalente di un volantino pubblicitario di un supermercato. E’ puro consumismo. […] E’ l’eterna ricerca di un ‘prodotto’ migliore. E’ un fast food.” (Giuseppe)

Secondo altri, non hanno invece cambiato granché, ma confermano dei modelli di comportamento precedenti e/o comunque maggioritari nella società odierna:

Secondo me, cambia poco. Prima ci si incontrava altrove, ma le meccaniche erano le stesse: mi piaci / non mi piaci, ti soppeso, ti scopro, se vuoi – sesso adesso, se vuoi – si va oltre… ” (Lucio)

Grindr è soltanto lo specchio di questi tempi.” (Luca)

Ha reso tutto più fluido, in una società di rapporti già molto fluidi e impersonali.” (Peppe)

b)
Web, app e… identità e comunità gay

Il web e le app incidono grandemente anche su un altro ambito strategico: quello del senso di appartenenza e della partecipazione alla comunità LGBTQI.
Io credo che su questo fronte i vantaggi di Internet siano molti di più degli svantaggi.

Fccciamo un passo indietro.
E’ evidente che, nella stragrande maggioranza dei casi, i gay nascono in famiglie eterosessuali.
I nostri genitori avevano spesso conoscenze confuse e limitate sul mondo LGBTQI; talvolta persino negative.
In una situazione simile erano, del resto, anche le agenzie educative tradizionali: la scuola, innanzitutto, ma anche lo sport, l’associazionismo giovanile, etc.
Ripensando a quel periodo, Carlo racconta che: “Abbiamo dovuto trovare il modo di crescere da soli, visto che le informazioni di cui avevamo più bisogno – cosa è un gay? com’è possibile essere un gay felice? dove trovo altri gay? come essere felice con loro? – non erano dentro, in famiglia, a casa mia, ma fuori da essa.
Da questo punto di vista, la nostra età dello sviluppo è stata alquanto diversa da quella dei bambini e ragazzi che fanno parte di altre minoranze: i figli degli stranieri immigrati, ad esempio, hanno in comune molti tratti con i loro genitori, ne condividono il colore della pelle, e possono automaticamente contare sulla loro vicinanza e sulla loro competenza a trasmettere le prime informazioni essenziali per vivere bene.

Questo è, ovviamente, un quadro semplificato della realtà, che, tra l’altro, rispecchia l’esperienza della mia generazione.
Rimane però il fatto che, per comprenderci ed accettarci in quanto uomini omo-bisessuali, ad un certo punto abbiamo dovuto varcare i confini della nostra famiglia e avventurarci in territori ignoti, altrui, talvolta rischiosi.
Per qualcuno è stato facile e divertente; per altri arduo e molto sofferto.
La fatica è stata doppia per le persone timide o impacciate, o che, più semplicemente, abitano in zone periferiche del Paese.

Ecco, io credo che il web, le informazioni che contiene, la possibilità di potervi accedere in riservatezza siano un enorme risorsa per chi desidera uscire dalla solitudine e muovere i primi passi verso la comunità LGBTQI.
Per apprenderne prassi, valori, canali, prassi; iniziare a giocare e interagire con i propri simili, sperimentarsi; scambiarsi solidarietà e suggerimenti; confrontarsi e costruirsi così la propria immagine.

Io voglio spezzare una lancia a favore di Grindr & co. Penso che nella mia zona di origine (un’area rurale di una regione del Sud), queste app abbiano avuto un impatto forte nella presa di coscienza dell’omosessualità. Io stesso le ho utilizzate, a 17 anni, quando ho cominciato a muovervi in questo mondo.” (Daniele)

Internet è utilissimo soprattutto per chi vive in provincia, dove non ci sono facili occasioni di incontro.” (Ido)

L’accordo è universale sulla bontà del virtuale per quanto riguarda le esplorazioni iniziali nella comunità LGBTQI. Ne è prova il fatto che sul nostro mondo si affacciano gay sempre più giovani.
Le opinioni divergono, invece, sulla questione se Internet possa essere sufficiente. In altre parole, se il web contiene tutti i ‘tasselli’ di cui abbiamo bisogno per costruirci un’identità sufficientemente forte ed equilibrata.
La domanda è aperta, non ha risposte.
In astratto, vorrei dire che il test di realtà è un passaggio fondamentale e ineludibile, e che è quindi illusorio fare affidamento soltanto all’immateriale.

Allo stesso tempo, però, avverto che la realtà post-contemporanea è molto diversa dalla realtà in cui mi sono formato io; ai miei occhi può sembrare ‘caotica’, ma è e rimane, invece, ‘reale’. Va pertanto meglio analizzata e capita per giungere a una conclusione.
Infine, due ulteriori effetti ha avuto il web sulla nostra identità e la nostra comunità:

  • Ha reso più visibili le minoranze interne e ci ha quindi reso più consapevoli della nostra eterogeneità. Nuove soggettività hanno potuto trovare uno spazio pubblico ed hanno chiesto di interloquire.
    Rispetto a 20 anni fa, raccogliere il pieno consenso su una proposta da parte della comunità LGBTQI è diventato un obiettivo molto più complesso. I processi decisionali verticali, infatti, hanno perso efficacia.

    Questa ‘nuova normalità’ della nostra condizione collettiva ha i suoi pro (ricchezza dei punti di vista) e i suoi contro (frammentazione delle posizioni, delle priorità, delle agende).
  • Ha attivato e messo in campo nuovi protagonismi e nuove disponibilità a collaborare e ‘metterci la faccia’, da parte di singoli e di reti più o meno consolidate, aldilà dei circuiti classici, formali, fisici.
    Rispetto a 20 anni fa, la comunità è meno focalizzata sull’associazionismo formale, che rimane tuttavia un presidio fondamentale.
    Le idee possono provenire da più parti, in modo orizzontale: la scommessa sta nel riuscire a coglierle, valutarle e valorizzarle al meglio.
    E’ grazie a queste nuove risorse, a questo nuovo pubblico di alleati raggiunto tramite Internet, che i Pride sono diventati così sociali e di massa. Il momento di svolta è probabilmente stato “#SvegliaItalia E’ ora di essere civili“, la manifestazione a supporto del ddl Cirinnà promossa e organizzata in buona parte dal basso, in contemporanea in più di 100 piazze italiane e non solo, il 23 gennaio 2013.

c)
Web, app e… auto-stima gay

La minoranza LGBTQI non è una minoranza neutrale.
Farvi parte non è un’esperienza sempre facile e positiva, visto che numerosi, anche grazie al web, sono gli attacchi alla nostra dignità e al nostro valore in quanto esseri uamani.
Molti di noi hanno incontrato stereotipi e pregiudizi – anche da parte delle persone a noi più care; talvolta vessazioni; altre volte vere e proprie aggressioni.
Nei momenti di debolezza (quando siamo soli, e/o con una bassa auto-stima, e/o in difficoltà per altre questioni… ), queste offese ci hanno ferito.
Può essere che abbiamo interiorizzato noi stessi un certo grado di omofobia, o di inferiorità.
In ogni caso, al fine di vivere in modo soddisfacente, abbiamo tutti imparato a farvi fronte, ognuno scegliendo il metodo considerato migliore per sé, ad esempio: chi prevenendoli ad esempio evitando di frequentare certi luoghi o persone; chi affrontandoli ‘in faccia’; chi lottando per rimanere totalmente invisibile; chi rivelandosi solo ad alcuni; chi frequentando molti pari, sostenendosi vicendevolmente; chi cambiando città o Paese, cancellando il proprio passato e ricominciando a vivere dall’inizio.

Internet e le app c’entrano con questo tipo di problematiche e di scelte:

  • Perché possono mettere a dura prova le nostre decisioni in fatto di visibilità e invisibilità
  • Perché hanno a che fare con il nostro bisogno di approvazione

– Il primo aspetto riguarda il governo della nostra identità digitale, e dello stress che ne può derivare, soprattutto in social network generalisti e di ampio utilizzo come Facebook (ma non solo).

Ricordo quando Facebook ha cominciato a propormi l’amicizia dei miei compagni delle medie, gente che non vedevo da 20 anni, rimasti al ‘paesello’, che non sapevano niente di me adesso. Che imbarazzo! Ho provato ad evitarli, ma poi sono stati loro a chiedermi l’amicizia…” (Andrea)

E’ tutto un nascondersi, spiare, spacciarsi per qualcun altro, bloccare, rifarsi il profilo… ma alla fine non porta a nulla” (Paolo)

Non si tratta soltanto di gestire eventuali hater o cyberbulli, ma anche di decidere quanto far sapere on-line di sé, all’interno di un sistema disegnato appositamente per promuovere i collegamenti e le condivisioni.
Una decina di anni fa, qualcuno dei miei amici aveva un doppio profilo su Facebook: uno gay e l’altro per la famiglia di origine e gli amici di un tempo. Non sono aggiornato sulle loro preferenze attuali, ma mi pare che la ‘opzione del gemello presentabile’ sia meno praticata di un tempo.
Più frequente è l’utilizzo di nick, che talvolta però si scontra contro la policy di Zuckenberg.

– Il secondo aspetto si riferisce all’impellenza di non sentirci soli, di essere amati.

Indiscutibilmente, si tratta di una necessità universale.
Secondo alcuni analisti, questo bisogno sarebbe tuttavia particolarmente acutizzato in un certo numero di gay, a causa di una serie di fattori specifici di rischio in fatto di ansia, depressione e pensieri suicidi.
Il riferimento più citato è alle esperienze di rifiuto vissute durante l’infanzia e/o al tempo presente – da parte dei pari o di altre persone significative.
Secondo questi autori, non c’è abbastanza consapevolezza,
nella comunità gay, in merito alle problematiche della salute mentale.
Le modalità di utilizzo delle app sarebbero quindi una cartina tornasole su quanto stiamo bene in qualità di uomini omo-bisessuali.

Scrive, a questo riguardo, il sopra-menzionato Jack Turban:

Non dimentichiamo che negli Stati Uniti, benché il matrimonio egualitario sia raggiunto, è ancora difficile per molti gay trovare un partner stabile […] e che, dal 2007, in questo Paese muoiono più gay a causa dei suicidi che per HIV/AIDS.
[…] Grindr può offrire agli uomini un sollievo rispetto alla loro ansietà e depressione. Ma è una soluzione emotiva soltanto temporanea [che quindi viene di fatto ripetuta all’infinito].

Non sorprende quindi che i condizionamenti negativi delle app, discussi in precedenza, sarebbero particolarmente diffusi tra queste persone.

Anche senza addentrarci nel complicato cosmo delle patologie mentali, è chiaro come soprattutto per chi, come molti di noi, ha vissuto un periodo di forte svalutazione e abbandono, e finalmente si è guadagnato e ritagliato – anche con orgoglio – uno spazio sociale di appartenenza, di accettazione, di sexyness, sia ora altrettanto forte il desiderio di cambiare registro, di recuperare quanto ci è stato tolto, di compensare.

Il ‘Like’ travalica i confini di Facebook e diventa una ‘conferma identitaria‘, un apprezzamento alla persona nel suo complesso.
La notifica assume i connotati di una infinita tentazione. Di un vero e proprio sfacciato, caldo, forte e ambìto invito sessuale.

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