Uno, nessuno o centomila? I figli delle persone LGBTQI

How+statistics+lost+their+power2

1) Numeri e minoranze invisibili (e discriminate)
2) Lo ‘strano caso’ dei 100mila
3) Le persone LGBTQI e i figli
     – Hai figli?
     – Vorresti avere [altri] figli?
4) Prospettive

1)
NUMERI E MINORANZE INVISIBILI (E DISCRIMINATE)

Numeri, calcoli, trend, grafici.
Viviamo immersi nei dati quantitativi.
Sono le fondamenta dei nostri progetti; talvolta persino delle nostre vite.
Basti pensare, durante questa pandemia, all’importanza che attribuiamo alle curve esponenziali dei contagi.

Ci affidiamo troppo alle statistiche?
Benjamin Disraeli (attrib.) raccomanda una particolare prudenza al riguardo:

 “Ci sono tre specie di bugie: le bugie, le bugie sfacciate, e le statistiche.”

– Anch’io la penso così:  le statistiche possono effettivamente essere fuorvianti, inattendibili, non valide.
Come tutte le informazioni (economiche, diaristiche, giornalistiche, storiche, sociologiche, religiose… ), del resto.

– Allo stesso tempo, sono anche convinto che, al pari di tutte le informazioni, con tutti i loro limiti, e sempre mantenendo uno spirito critico (specie su come sono costruite), le statistiche possono essere utili.
Forse addirittura indispensabili, in alcuni casi.

Il caso della nostra minoranza LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex) è probabilmente uno di questi.
Per noi, le statistiche sono essenziali, per una serie di ragioni – che non hanno a che fare con il valore e la dignità delle nostre soggettività, che è indubbio ed esula da questo, bensì ha a che fare con la nostra comunità come soggetto sociale e pubblico.
Le statistiche sono fondamentali, ad esempio:

  • Perché non siamo auto-evidenti, e abbiamo quindi bisogno di provare la nostra esistenza per poter migliorare le nostre possibilità di partecipare anche noi, legittimamente, al processo decisionale politico
  • Perché se non ci mostriamo, la struttura sociale dà per scontato che siamo tutti eterosessuali, ci tratta come tali e non riconosce le nostre identità
  • Perché, per un verso, i nostri nemici ci vorrebbero numericamente irrilevanti, trascurabili, senza alcun vero significato per il complesso della società, non meritevoli di alcun riconoscimento – ‘Soltanto una lobby che urla molto e che domina i mass-media’
  • Perché, per l’altro verso, molti di noi LGBTQI tendono a sovra-stimare la nostra presenza – forse confondendo la propria ‘bolla’ con la società intera; forse anche per il bisogno che abbiamo di credere che non siamo così pochi, così minoranza…

La ‘contabilità’, in conclusione, contro l’invisibilità, l’indifferenza, l’ignoranza e il pregiudizio.

Non si tratta di una sfida semplice, anche perché le variabili dell’identità di genere e soprattutto dell’orientamento sessuale trovano pochissimo spazio nei sistemi informativi ufficiali (fanno forse eccezione soltanto la sanità, con le statistiche sull’HIV, e le anagrafi comunali, con la conta delle unioni civili):

  • In generale, le rilevazioni ISTAT non ci fotografano
  • Nemmeno la misurazioni della Giustizia (querele, sentenze… ) ci includono, vista per altro l’assenza, nel sistema giuridico italiano, di aggravanti specifiche per l’omo-trans-negatività. Lo stesso vale per il più ampio mondo dell’anti-discriminazione, che francamente da sempre raccoglie molti meno casi dell’atteso

Secondo alcuni osservatori, siamo quindi all’interno di un ciclo vizioso:

  • Non ci fidiamo di rivelarci, o lo riteniamo un investimento troppo costoso / rischioso rispetto ai benefici che ne possiamo trarre
  • Di conseguenza, a livello collettivo, non compariamo, né emergiamo
  • Questo vuoto rafforza a sua volta la nostra diffidenza e lascia tutto il campo alle percezioni soggettive – sia nostre che dei nostri detrattori

Risolvere questo ciclo vizioso è una priorità della nostra comunità.
Che infatti, in molti casi, si è impegnata in prima persona a produrre da sé dati su se stessa, sostituendo così i soggetti deputati a farlo.
Questa surroga è sempre positiva?
E’ soltanto temporanea? 

2)
LO ‘STRANO CASO’ DEI 100MILA

La genitorialità LGBTQI rappresenta un’interessante esemplificazione di questa riflessione.
Un ‘campo di battaglia’ importante, che ha occupato le prime pagine dei giornali durante la discussione parlamentare della Legge Cirinnà (2015-2016).

Sono pronto ad essere smentito (fatelo, se avete informazioni che io non so; sono molto interessato e grato!), ma, per quanto ne so, non esistono attualmente, in Italia, statistiche ufficiali sul numero di persone, e soprattutto di minorenni, che hanno [almeno] un genitore omosessuale.
(Qualche elaborazione è disponibile, a dire il vero, a partire dai dati censuari sulle famiglie e considerando il sesso degli adulti conviventi, ma il loro raggio è molto corto e le stime prodotte piuttosto instabili, limitanti e sicuramente molto parziali.)

Ciononostante, se si cerca con Google una risposta a questo interrogativo, si ottengono migliaia di pagine che citano una cifra precisa: 100.000.
100mila. Una delle poche certezze statistiche sui noi. Un valore sempre preso a riferimento; ripetuto, reiterato, ribadito – fino ad entrare a pieno titolo nel patrimonio legittimo di conoscenze disponibili al pubblico.

Da dove ‘salta fuori’ questo 100mila?
Confesso che sono uno degli autori di tale stima.
100mila nasce nell’ambito di questa nota-stampa scritta per lanciare, nel 2005, alcuni risultati e proiezioni della survey “Modi Di“, che ho coordinato per Arcigay nazionale, con fondi dell’Istituto Superiore di Sanità.
Mi assumo la mia parte di oneri e onori.
(A dire il vero, tale nota conteneva anche numerose altre statistiche relative alla nostra indagine – forse anche più interessanti, dal mio punto di vista. Soltanto una è però sopravvissuta nella memoria storica collettiva: quella menzionata, e scritta in lettere, all’interno di un discorso diretto. Col senno del poi, devo dire che, 15 anni fa, non pensavo di ottenere un tale risultato mediatico, e proprio con quella informazione di dettaglio.)

In questi anni ho assistito al ‘successo’ del nostro ‘prodotto comunicativo’.
Ne ho analizzato le cause e ho maturato alcune considerazioni:

  • Le caratteristiche della buona comunicazione giornalistica non coincidono sempre con quelle della buona comunicazione scientifica: molto diverso è infatti il livello ottimale e auspicato di complessità dei contenuti. E non solo: specie in alcuni ambiti, i confini tra queste due forme di comunicazione non sono così netti, così distinti
  • Anche quando si affrontano aspetti di dettaglio (ad esempio: l’analisi comparativa della capacità genitoriale di gay e lesbiche, da un lato, e delle persone eterosessuali, dall’altro), è importante e utile tratteggiare le dimensioni del quadro generale di riferimento (di quanti gay e lesbiche genitori parliamo?). In altre parole, ricerche qualitative / di approfondimento e ricerche quantitative / macro si qualificano a vicenda. Entrambe sono importanti e andrebbero realizzate. In questi anni, vari studiosi si sono occupati di indagare alcuni aspetti monografici della genitorialità LGBTQI; la produzione scientifica è cresciuta, ma “Modi Di” è rimasta l’unica risorsa generale disponibile. Purtroppo. Sono convinto che sia giunto il tempo di aggiornarla, di ridisegnare lo scenario di sfondo
  • Nel corso del tempo, il 100mila è stato sempre più spesso utilizzato al di fuori della cornice di origine, delle altre risultanze di quello studio, e soprattutto delle relative cautele metodologiche e interpretative. E’ divenuto un oggetto a sé. Tuttavia, così facendo, si è persa la capacità di pesarne la portata e la generalizzabilità. Non dico che si tratti di una bugia, o di mistificazione; al contrario, i 100mila erano e rimangono un’importante evidenza – che va però tenuta ancorata al contesto che l’ha generata, che è il riferimento rispetto al quale è valida e significativa. Ad esempio, si è persa la definizione operativa autentica (‘Figli di persone che attualmente si identificano come LGBTQI, di varie età – sia il genitore che i figli, con diversi percorsi di vita nonché di [eventuale] coppia’), e si è invece spesso affermata una sua versione semplificata, forse più ‘politically correct’ (‘Bambini di coppie dello stesso sesso‘)
  • Infine, è in parte imprevedibile il modo e l’ampiezza in cui verrà recepito un dato di ricerca: ciò dipende difatti da numerosi fattori – molti dei quali esterni al mondo scientifico

P.S.
Può sembrare bizzarro, ma il miglior articolo che conosco sullo ‘strano caso’ dei 100mila l’ha scritto un nostro detrattore. Al di là delle sue interpretazioni, talvolta infondate e carenti e comunque sempre volte allo svilimento, l’autore ripercorre in modo analitico e critico i passaggi e le fonti di questa vicenda.

3)
LE PERSONE LGBTQI E I FIGLI

In conclusione, il numero di persone con [almeno] un genitore omosessuale è una informazione accessibile ma problematica e datata.

Se si cambia prospettiva e si analizza la questione dal punto di vista dell’adulto, le stime disponibili sono relativamente più ricche, sono più aggiornate e permettono anche di fare dei confronti.
Quante persone LGBTQI hanno [almeno] un figlio?

La survey “Gli anni che passano“, che ho realizzato per Arcigay nazionale nell’ambito del progetto “Silver Rainbow“, con fondi del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, offre una serie di evidenze di interesse aggiornate all’inverno del 2019.
Si tratta di un’indagine sociale estensiva di tipo standard per quanto riguarda il nostro target: anonima, on-line, con campione di convenienza e risposte self-reported.
Copre due temi della genitorialità, c
on una importante precisazione: 

“[…] non distingue né tra genitorialità biologica e genitorialità sociale (affido e adozione compresi), né tra genitorialità relativa ad un’eventuale fase precedente della propria vita [ad esempio: coppia con persona di sesso diverso] e genitorialità vissuta invece in pienezza in quanto persona LGBTI+.
Le statistiche presentate, quindi, assommano queste situazioni.”

>> Hai figli?

“Dichiara di avere almeno un figlio il 7,0% delle persone LGBTQI+.”

La prevalenza della genitorialità è molto diversa nelle diverse soggettività in cui si articola la comunità LGBTQI.

“Questa è la lista in ordine decrescente:
– Donne bisessuali con figli: 20,3% (sul totale delle donne bisessuali)
– Uomini bisessuali con figli: 19,4%
– Persone trans, intersex o di altro tipo con figli: 15,2%
– Donne omosessuali (lesbiche) con figli: 9,5%
– Uomini omosessuali (gay) con figli: 3,7%

E’ evidente come:
– Sia tra gli uomini che tra le donne, la genitorialità sia notevolmente più elevata tra le persone bisessuali rispetto a quelle omosessuali
– Lo scarto di genere sia quasi inesistente tra le persone bisessuali, mentre sia molto marcato tra quelle omosessuali – sempre a favore delle donne
– La genitorialità sia un’esperienza di rilievo, dal punto di vista statistico, anche delle persone che non si riconoscono nelle etichette principali della ‘galassia LGBTQI'”

Inoltre, come atteso, la genitorialità LGBTQI tende a crescere al crescere dell’età.

“Queste sono le stime statistiche prodotte:
– 18-29enni con figli: 1,0% (sul totale dei 18-29enni LGBTQI)
– 30-49enni con figli: 5,3%
– 50-64enni con figli: 14,7%
– 65enni e + con figli: 11,2%”

Per chi è interessato ad analizzare questi dati in serie storica, consiglio di consultare – con cautela, visto che le due ricerche non sono direttamente confrontabili – questo articolo scientifico, che abbiamo pubblicato nel 2008 per analizzare i risultati della già citata “Modi Di” del 2005.

>> Vorresti avere [altri] figli?

Secondo “Silver Rainbow“:

“Il 35,1% delle persone LGBTQI ha questo desiderio […]; il 6,1% è possibilista e interessato ma allo stesso tempo consapevole che allo stato attuale è impossibile […]; il 58,8% ha risposto di no.

Più di 1 persona LGBTQI senza figli su 3 vorrebbe almeno un figlio (36,4%) e 1 su 20 è possibilista (6,4%); tra le persone LGBTQI con figli gli stessi indicatori sono stimati rispettivamente al 17,7% e al 2,5%.

Il desiderio alla genitorialità è lievemente maggiore tra le donne omo-bisessuali rispetto che tra gli uomini omo-bisessuali.
Il no è maggioritario in entrambi questi gruppi, ma tra i secondi raggiunge il 60,9% mentre tra le prime è al 52,8%.”

4)
PROSPETTIVE

Sono un sociologo e penso sia importante avere a disposizione degli indicatori per comprendere meglio il mondo.

Credo che sia necessario continuare a fare ricerca sociale sulla nostra comunità.
Studi di vario tipo, anche in collaborazione con altri soggetti esperti e attivi in questo campo (… anche e soprattutto non-LGBTQI).

Va riconosciuto che la qualità dei nostri studi non è sempre di elevata qualità.
Vi sono ampi spazi di miglioramento, anche in riferimento alla comunicazione degli esiti.

Vi è, inoltre, una serie questioni di rilievo sulla quale non abbiamo ancora trovato una soluzione adeguata in merito al rispetto della privacy.

Vanno migliorate, infine, le nostre capacità:

  • Di distinguere tra statistiche fatte bene e statistiche fatte male
  • Di comprenderle pienamente
  • Di usarle e comunicarle al meglio – manipolando con cura, ad esempio, quelle che diamo per scontate ma che non abbiamo mai verificato veramente … quasi delle ‘statistiche-feticcio’… come quella – fantomatica – secondo cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato al 5% le persone omosessuali sul totale della popolazione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...