All’arrembaggio. Il Pride strumentalizzato


Il Pride è un bene collettivo.
E prezioso.
Il suo valore è stato generato nel tempo, grazie al contributo di innumerevoli persone LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex) e non solo, che ci hanno creduto e investito.

Il Pride è pubblico: può essere fruito soltanto collettivamente e non appartiene a nessuno in particolare – nemmeno ai suoi organizzatori.
Questo è contemporaneamente il suo punto sia di forza sia di debolezza:

  • Di forza ~ perché tutti possono sentirsi liberi di partecipare, al di là delle appartenenze
  • Di debolezza ~ perché alcuni sono tentati di strattonarlo, vorrebbero marchiarlo come proprio, privatizzarlo, piegarlo ai propri fini. Se vogliamo conservarlo e consegnarlo alle future generazioni, il Pride deve quindi essere tutelato da questi tentativi di appropriazione e di pirateria


IL VALORE DEL PRIDE

Oggi in Italia, il Pride è una delle poche (l’unica?) manifestazioni che:

  • E’ in presenza e di piazza
  • Si ripete e cresce ogni anno, coinvolgendo sempre più realtà territoriali, anche minori
  • Non ha padrini, ‘santi in paradiso’ o altre protezioni o finanziatori altolocati
  • E’ connotata di futuro, visto che riesce ad attirare anche le coorti più giovani
  • Raccoglie il favore della maggior parte della popolazione, come racconta un sondaggio di Sky TG24 / Quorum YouTrend realizzato a giugno 2023 (v. le tabelle 11 e 12)
  • Ha un’anima globale, perché è connesso a analoghi eventi in moltissimi altri Paesi

Quali sono gli ingredienti di tale successo?
Al riguardo, sono molto d’accordo con le considerazioni dell’attivista Enzo Cucco e del deputato Ivan Scalfarotto:

La cosa bella dei Pride è che non ci sono regole ufficiali per organizzarne uno e nemmeno ci sono organizzazioni che ne abbiamo l’esclusiva.
In realtà, una regola c’è, ed è il fatto che si tratti di iniziative che hanno al centro la visibilità, contro ogni forma di violenza e discriminazione.
Libertà e visibilità che richiamano in piazza a giugno milioni di persone in tutto il mondo dove si può, e non solo persone LGBTQ.

Enzo Cucco: “Due o tre cose sul Pride” (Facebook personale; 9 giugno 2023)

Io credo che faremo un enorme passo in avanti quando gli organizzatori dei vari Pride […] comprenderanno che la piattaforma del Pride è una sola: rispetto, dignità e uguaglianza per le persone LGBT+.

Ivan Scalfarotto (Twitter personale; 15 giugno 2023)

Insomma, perché partecipiamo così numerosi al Pride?
– Perché è una festa e un’opportunità di incontro; perché i suoi valori di riferimento sono, allo stesso tempo, elementari, assoluti, fondamentali e universali; perché andarci non significa necessariamente prendere posizione su questioni di altro tipo.
– Perché, pur nell’alveo della legalità, è sostanzialmente un evento anarchico, dal basso, orizzontale, lasciato all’iniziativa e alla responsabilità di ciascuno… e, appunto per questa ragione, intimamente e potentemente politico e rivoluzionario.


IL RAINBOW WASHING

Vista la sua fama, il Pride fa gola a molti.
Alcuni vorrebbero sfruttare il consenso di cui gode per motivi di tipo economico o politico.

In questi anni abbiamo assistito a varie operazioni di questa natura.
Le finalità e le modalità possono essere diverse tra di loro… vi sono sempre sia fattori a favore che contro e talvolta non è facile giudicare la bontà del loro impatto sulle persone LGBTQI… il pericolo è però sempre lo stesso: il colonialismo – vale a dire l’impadronirsi di meriti e risorse altrui per scopi propri.

Il colonialismo è un rischio reale.
Ma la sua consapevolezza è spesso selettiva e parziale: troppi sono infatti gli attivisti LGBTQI che, se per un verso sanno criticare – opportunamente – le aziende che fanno rainbow washing, per l’altro verso non sono – purtroppo – invece in grado di fare anche auto-critica, non sono disposti a cogliere come i gruppi di cui fanno parte si comportino sostanzialmente nella stessa maniera.
Questa limitatezza è un problema.

1)
IL RAINBOW WASHING ECONOMICO

E’ il caso più discusso, su cui abbiamo più strumenti di analisi, di difesa e di intervento.

> Potenzialmente, riguarda l’azione di quelle aziende che valutano conveniente accostare il proprio brand a quello rainbow; adottare stili di marketing che considerano le persone LGBTQI, i loro amici, familiari e alleati un target strategico.
– – Aziende che, in qualità di attori economici, decidono di agire così per motivi di competizione di mercato, come ad esempio: fare soldi; piazzare un prodotto; riposizionarsi in modo vantaggioso; guadagnare reputazione; soddisfare e fidelizzare i propri pubblici di riferimento (clienti, proprietà, istituzioni, fornitori, collaboratori… ).

> Concretamente, se ciò si riduce soltanto ad un gioco d’immagine, magari meramente a giugno, che non cambia realmente il proprio modo di operare (inclusione, anti-discriminazione, pari opportunità, tutela delle minoranze), si tratta di di rainbow washing [economico].

Sono anch’io in prima fila nel criticare tali degenerazioni.
Con tre precisazioni.

a)
Trovo inaccettabili le contestazioni poco ancorate alla realtà e motivate soprattutto da ragioni ideologiche: lotta al capitalismo, sfiducia nelle libertà economiche e negazione del loro legame con le libertà civili e politiche, censura dell’integrazione economica quale possibile vettore di empowerment per le persone LGBTQI, rifiuto della collaborazione con partner di mercato…

b)
Visto che nella società persistono forte aree di pregiudizio anti-LGBTQI, riconosco e apprezzo lo spessore delle decisioni aziendali ‘gay-friendly’, che non sono mai neutrali bensì costituiscono delle vere e proprie scelte di campo.
Esse segnano un cambiamento a nostro favore e possono a loro volta rinforzarlo, coinvolgendo arene più ampie, oltre i confini della nostra comunità.

c)
Non ho alcuna nostalgia di un presunto ‘glorioso passato’, quando ‘a lottare con noi c’eravamo soltanto noi e i nostri amici’, non c’erano ‘contaminazioni aziendali’ ed eravamo ‘tutti uniti e puri‘.
In realtà, nessuno voleva essere ritratto accanto a noi: né le imprese (ricordo alcuni marchi italiani che finanziavano eventi LGBTQI all’estero, mentre in Italia non ci volevano nemmeno incontrare), né soprattutto le altre persone LGBTQI (si tenevano ben alla larga da noi, visto che ai Pride partecipavamo in ‘quattro gatti’).
Eppure, eravamo divisi anche allora.
Quel tempo appartiene alla mitologia: è forse consolatorio, ma non è mai esistito.


2)
IL RAINBOW WASHING POLITICO

E’ il caso più controverso, visto che qualcuno rifiuta persino di riconoscerlo.
Ma è reale (ne ho scritto in riferimento al Rivolta Pride di Bologna).

> Potenzialmente, riguarda l’azione di quei gruppi e ceti che condizionano la narrazione e il discorso sui Pride.
– – Gruppi e ceti che, in qualità di attori sociali, decidono di agire così perché mossi da obiettivi di competizione politica, come ad esempio: fare proseliti, cercare alleati, dimostrare agli avversari l’ampiezza della propria base sociale, avanzare nella realizzazione delle proprie priorità.

> Concretamente, se ciò mira – più o meno surrettiziamenteal silenziamento delle altre idee LGBTQI e al conseguimento di una posizione predominante o di monopolio, si tratta di rainbow washing [politico].

Il rainbow washing politico si gioca sul controllo del significato del Pride.
Il rainbow washer politico mira ad attribuire al Pride una qualità esterna e minore rispetto al cuore di tale manifestazione (ad esempio: essere a favore o contro nei confronti di determinato partito, di un certo disegno di legge, di un particolare modo di vivere la propria vita in quanto persone LGBTQI… ), al fine poi di abbinarla al successo del Pride e poter infine concludere che la comunità LGBTQI è tutta concorde al riguardo.

L’arrembaggio è un atto di dominio e di appropriazione indebita ai danni di un bene collettivo. In termini commerciali verrebbe codificato come usurpazione / contraffazione di marchio.
Riguarda elementi sovrastrutturali, artefatti – specifici di un unico contesto, propri di soltanto alcune soggettività, funzionali solamente ad una delle varie agende LGBTQI.
Rischia di produrre esclusione nonché di minare il nostro capitale sociale.

Il rainbow washing politico si concretizza soprattutto in due ‘oggetti’:

  • Le rappresentazioni comunicative e culturali
  • I cosiddetti ‘manifesti politici

a)
Il mondo delle rappresentazioni è quello della descrizione dei partecipanti al Pride.
Spesso essi vengono raccontati come un insieme unico, omogeneo, fisso, indiscutibile (‘Tutti contro la Meloni’, ‘Tutti irrispettosi e blasfemi’, ‘Tutti a favore della gravidanza per altri’, ‘Tuttə trans-femministə’, ‘Tutti contro la polizia’… ). Dello stesso tenore è il titolo di un pezzo pubblicato a giugno 2023 su Il Manifesto: [Il Pride di Roma è stato una] “favolosa resistenza contro il capitalismo patriarcato che distrugge il mondo“.
I favorevoli e i contrari si danno così ragione a prescindere – quasi che il Pride fosse ‘come il porco’: tutti ci troviamo ciò che vogliono e già sapevano, e non si butta via niente.

b)
Il mondo dei manifesti politici è il playground degli organizzatori dei Pride, perché accende la verve degli ideologi e dei maître à penser e li sprona ad esporre la versione aggiornata della loro Weltanschauung.
I manifesti politici definiscono il perimetro ideologico che è necessario accogliere per aderire e partecipare alla manifestazione – quasi che al Pride potessimo andare soltanto dopo aver obbligatoriamente letto e sottoscritto questa ‘informativa’.
Distinguono inoltre gli amici dai nemici, dal punto di vista degli organizzatori.

Al riguardo, Enzo Cucco scrive:

L’uso di accompagnare la convocazione del Pride con un documento considerato ‘politico’, sottoscritto da tutte le associazioni convocanti, non è affatto tipica del Pride stesso.
E’ entrato in uso tardi, soprattutto nei Paesi di cultura latina, per caratterizzare con richieste concrete quello che sembrava una Love Parade ben riuscita.
Giusto? Sbagliato? Non so […] Di certo possiamo notare che, nel corso degli anni, questi documenti si sono trasformati in veri e propri contenitori di tutto lo scibile umano […]
Ma è necessario sottoscrivere anche il documento politico per aderire al Pride? No, ovviamente, e sarebbe sciocco farlo perché si sottoporrebbe l’adesione e/o la partecipazione ad un evento così universale ad una adesione politica molto impegnativa.
Pensate a quanto siano diverse le posizioni in merito alla gestazione per altri: c’è qualcuno che si può arrogare il diritto di escludere qualcun altro che non la pensa allo stesso suo modo? Spero proprio di no e se c’è qualcuno che ritiene di poterlo fare [… questi] si arroga un diritto del tutto eccessivo che confligge apertamente con la Libertà e la Visibilità che dovrebbero essere alla base di questa manifestazione.
In un Paese normale, con associazioni normali, si dovrebbe trovare lo spazio e il modo di celebrare Pride diversi (con o senza gestazione per altri, con o senza legalizzazione della prostituzione, etc.), oppure uno solo su slogan e richieste semplici e super-condivise (Libertà e Visibilità, appunto).
E personalmente non ho mai creduto all’appiattimento del movimento omosessuale su una sola posizione: non diciamo infatti che la diversità è ricchezza? Non esistono infatti differenze anche profonde tra gruppo e gruppo? Mentre invece esiste la possibilità concreta di convergere tutti e tutte su un unico obiettivo quand’esso è semplice, chiaro, universale.
[…] c’è sempre tensione tra le spinte cosiddette unitarie e quelle che vogliono mettere in evidenza altre questioni, soprattutto quelle non strettamente legate alle persone LGBTQI. Capisco che sarebbe difficile fare la cernita degli argomenti ‘Sì’ e quelli ‘No’, ma vi garantisco che comprenderli tutti provoca altrettanti problemi, se non di più. Ed il fatto che si stia zitti […] è solo un particolare (a volte poco onorevole, direi) del casino prodotto da questa situazione.

Enzo Cucco: “Due o tre cose sul Pride” (Facebook personale; 9 giugno 2023)

In passato, quando c’era un unico Pride nazionale ed era obbligatorio che le diverse realtà LGBTQI – talvolta litigiose e distanti tra di loro – si mettessero seppur temporaneamente d’accordo in una sorta di tregua, il manifesto politico è servito come fine strumento diplomatico, per allineare le idee e, più banalmente, decidere chi avrebbe avuto il diritto di parlare dal palco finale e chi no.

E oggi?
Vi sono più vantaggi o svantaggi ad avere un documento di questo tipo, visto che facilmente presta il fianco a tentativi di rainbow washing politico?
Cosa succederebbe se venisse dismesso?
Il successo e l’impatto del Pride ne verrebbero influenzati?
Sebbene in Italia sia difficile immaginare un tale scenario, io comunque credo che:

  • Poco o nulla cambierebbe in termini di partecipazione popolare
  • Vi sarebbero però meno volontari disponibili ad impegnarsi per organizzarlo

Un pensiero riguardo “All’arrembaggio. Il Pride strumentalizzato

  1. Grazie Raffaele, la penso esattamente come te. E secondo me molti e molte altre la pensavo uguale. Ma non si fanno vivi o vive. O almeno non li sento io

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