Quando il Pride vuole espellere. La storia brutta del ‘Rivolta Pride’ (Bologna 2022)

Cacciata dei progenitori dall’Eden
(Masaccio, 1424-1425, Firenze)
  1. Il Pride si diffonde e mira ad essere più inclusivo
  2. Il caso del Rivolta Pride di Bologna
  3. Dopo Bologna: tre lezioni apprese
  4. Rivoltaleaks (in corso)

1)
IL PRIDE SI DIFFONDE E MIRA AD ESSERE PIU’ INCLUSIVO

– Mai come quest’anno, così numerosi sono i Pride in Italia: 50, in 17 regioni.
– Nel 2018, erano la metà: 28 in 14 regioni.
– Nel 2015, un decimo: 5 in 5 regioni.
L’aumento è nettissimo.
Il periodo coperto è peraltro sempre più lungo: secondo Onda Pride, nel 2022 la stagione del Pride dura ben 6 mesi (dal 9 aprile a San Remo al 24 settembre ad Aosta).

Nel nostro Paese il movimento del Pride non solo sta notevolmente crescendo, ma ha oramai raggiunto tantissime realtà territoriali di medie e piccole dimensioni.
Non è più soltanto un fenomeno eccezionale e metropolitano, ma dimostra di saper interagire creativamente con l’Italia dei mille campanili.
Il Pride è sempre più continuativo, capillare, locale.

Un altro trend si va, inoltre, consolidando.
Se si osservano i Pride nel loro insieme, si nota come le sfide poste dalle diverse abilità stiano diventando sempre più prioritarie.
– Certamente hanno un ruolo fondamentale la visibilità e il protagonismo delle persone LGBTQI con disabilità (v. ad esempio l’attivismo di Simone Riflesso).
– Forse c’entra anche l’alleanza, cercata e lanciata con forza in occasione del disegno di legge Zan, tra associazionismo LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex) e associazionismo impegnato contro l’abilismo – cioè la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità.
– Rimane il fatto che, oggi, le parole d’ordine sono completamente diverse da quelle di qualche anno fa: se un tempo partecipare ad un Pride era fisicamente molto impegnativo e la manifestazione era disegnata soprattutto per i ‘giovani e forti’ (marciare a lungo, sempre in piedi, sotto il sole… ci voleva proprio una ‘sana e robusta costituzione‘), nel 2022 i valori di riferimento sono sempre più spesso, invece, accessibilità, fruibilità, accoglienza, sostegno.
Ad esempio, a Milano su questi princìpi è stato realizzato un apposito progetto; lo stesso è successo a Brescia, così come in varie altre città.
La sensibilità è cambiata radicalmente e il Pride si pone l’obiettivo di coinvolgere attivamente nuovi gruppi sociali.

2)
IL CASO DEL RIVOLTA PRIDE DI BOLOGNA

All’interno di un contesto così connotato, in netta controtendenza si pone il tentativo, da parte degli organizzatori del Pride di Bologna (“Rivolta Pride”), un paio di giorni prima della manifestazione, di allontanare esplicitamente dall’evento “Polis Aperta” – l’associazione composta da persone LGBTQI+ che lavorano nelle forze dell’ordine e nelle forze armate.

Polis Aperta ha reagito a tale azione con un comunicato-stampa – “Il nostro orgoglio è un Pride di tuttə” – che ha avuto vasta eco e ha alimentato un ampio dibattito con toni anche fortemente critici:

Polis Aperta […] esprime il proprio rammarico per le parole utilizzate dagli organizzatori del ‘Rivolta Pride’ di Bologna, che hanno voluto escludere l’associazione e i propri associati dalla sfilata di sabato 25 giugno.
Ci è stato chiesto di non presentarci con i loghi e lo striscione dell’associazione, ma di partecipare in modo anonimo, quasi dovessimo nascondere chi siamo.

Il nostro orgoglio è un Pride di tuttə (Polis Aperta)

Ora, è evidente che nessuno può concretamente vietare ad alcuno di partecipare ad una manifestazione pubblica come il Pride.
Il punto è infatti un altro: per la prima volta, ad un Pride, la narrazione ufficiale è stata di tipo espulsivo: ‘Alcune persone LGBTQI non sono benvenute’.

La risposta degli organizzatori del Rivolta Pride sottolinea che l’allontanamento di Polis Aperta è legittimo e strategico perché coerente con il manifesto rivendicativo redatto durante il “confronto assembleare dal basso“:

[…] la volontà di ribellarsi a tutti i sistemi di potere, portata avanti dalle fasce più marginalizzate della società […] Queste soggettività non sono tutelate dalla legge né dalle forze dell’ordine […] Il Rivolta Pride vuole essere anche lo spazio di rivendicazione di queste soggettività, che devono sentirsi libere di marciare in uno spazio sicuro. […]
L’omolesbobitransafobia è presente in tutti i luoghi di lavoro, anche all’interno della polizia e delle forze dell’ordine. Anzi, spesso è proprio in questi settori che le discriminazioni trovano spazio, incentivate da un ambiente, quello delle caserme, intriso di machismo e maschilismo.

Comunicato del Rivolta Pride 2022 su Polis Aperta

Alcune soggettività LGBTQI sono pertanto negate perché giudicate disfunzionali rispetto a valori quali il “femminismo anticarcerario“, la sicurezza “auto-organizzata“, la “liberazione dalla violenza eteropatriarcale“.
In altre parole, alcune esperienze LGBTQI sono considerate meno valevoli e meritevoli di altre.
Quando le persone concrete non si incasellano perfettamente in un sistema di idee, le vite di queste persone vengono silenziate.
Questa è una pericolosa e semplicistica soluzione per una dialettica che rimane ineliminabile e complessa: quella tra ‘Ideale’ e ‘Reale’ – siamo diversi tra di noi e la pensiamo diversamente: la scommessa è trovare un modo per riconoscere e raccontare tutti quanti – specie in occasione del Pride.

Ciò che il Rivolta Pride narra è che le persone LGBTQI (o, meglio, “frocie, lesbiche, persone trans, intersex, bi+ e non monosessuali, asessuali, non binari*, persone con HIV, sex worker, persone razzializzate e senza documenti, persone disabili e neurodivergenti“, come al Rivolta Pride piace descrivere il proprio target… non citando e quindi cancellando così l’identità gay… ) non hanno tutti valore assoluto di per sé.
All’opposto, secondo il Rivolta Pride, il valore delle persone dipende dalla collocazione della loro vita rispetto alla piattaforma rivendicativa.
Secondo il Rivolta Pride, il valore delle persone è relativo; può variare nel tempo e nello spazio; può cambiare all’evolvere della piattaforma stessa, alla disponibilità al cambiamento dei suoi estensori, allo stadio della riflessione teorica.
Oggi sono i poliziotti e le poliziotte LGBTQI ad non essere ammessi; domani potrebbero essere i maschi, o le persone di una determinata età, o quelle provenienti da un certa area geopolitica, o che hanno in certo tipo di contratto di lavoro / un certo stato di salute / un certo livello economico…

Del resto, non sono prese in considerazione le differenze individuali; interessa soltanto il ruolo.

3)
DOPO BOLOGNA: TRE LEZIONI APPRESE

Il caso del Rivolta Pride del 2022 non può essere semplicemente archiviato, in attesa del 2023.
Presenta delle problematiche che è necessario affrontare.
E’ necessario trarne delle indicazioni su come migliorare in futuro – come fa ben sperare una dichiarazione dei suoi organizzatori: “Apriremo una riflessione“.
Questo post è un contributo a tale riflessione, con una duplice consapevolezza:

  • Il Pride a Bologna non è sempre stato così emarginante. Questa tendenza è recente e coincide con la progressiva preminenza, all’interno del suo gruppo promotore e organizzatore, dei collettivi antagonisti – una storia in tre atti: hanno iniziato con uno specifico spezzone all’interno del corteo generale; hanno poi organizzato una marcia indipendente e in contemporanea (origine e percorsi diversi, destinazione finale in comune con la marcia principale); ora sono diventati egemoni
  • Non si tratta soltanto di una vicenda Bolognese: anche in altre città si notano dinamiche e tensioni simili (in Veneto, ad esempio)

Da questa amara esperienza ho imparato tre cose.

a) In generale, il Pride è un bene collettivo

Il Pride non è un evento ad invito con selezione all’ingresso.
Di più, non è di proprietà né di chi lo organizza, né di chi ne scrive il manifesto politico.
Appartiene invece alle persone che vi partecipano – con i propri corpi, desideri, valori.

In quanto bene pubblico, il suo patrimonio deve essere curato e tutelato con disponibilità e sensibilità, perché forti sono le tentazioni di strumentalizzazione e appropriazione indebita.

b) A Bologna, il monopolio del Rivolta Pride è una pericolosa degenerazione

Che è stata facilitata da una serie di fattori, quali:

  • La liquefazione de Il Cassero. LGBTI+ center di Bologna, cioè il comitato Arcigay di Bologna, quale luogo di rappresentanza e mediazione al servizio di tutte le soggettività LGBTQI della comunità cittadina
  • Una certa intersezionalità tossica – che seleziona e include soltanto le soggettività LGBTQI giudicate in linea con il manifesto rivendicativo della manifestazione
  • La [banale] trasformazione dei moti di Stonewall in reliquia
  • Le [perenni] schermaglie tra le varie cento anime della sinistra locale

c) Il pensiero antagonista è interessante e generativo fin quando rimane di minoranza

Se diventa dominante ed egemone (com’è successo a Bologna), si esplicita drammaticamente, infatti, la sua indisponibilità e incapacità di auto-critica.
Diventa assolutista; si astrae dalla realtà ed è più interessato alla propria coerenza ideologica rispetto che alla vita delle persone; giudica, allontana, svilisce.
Come – purtroppo – i Pasdaran iraniani.

4)
RIVOLTALEAKS

(in corso)

Questo mio post è stato letto da moltissime persone.
Più di 600 in una settimana.
Non mi aspettavo tanta attenzione – il Rivolta Pride è stato un fatto davvero importante per la nostra comunità.

Numerosissimi i commenti che ho ricevuto, di vario tenore e contenuto.
Ne ho selezionati alcuni: quelli che considero più interessanti e in linea con questo blog.
Raccontano il vissuto spesso silenzioso di numerose persone LGBTQI.
Non sono un campione rappresentativo.

>>> “Avevo deciso di partecipare al Pride di Bologna. Poi ho letto il comunicato nei confronti di Polis Aperta, di rigido rifiuto nei confronti di chi lavora nelle forze dell’ordine, senza tenere conto del loro impegno per un cambiamento. Nei giorni successivi la polemica è cresciuta ed è diventata sempre più uno schieramento di parti contrapposte segnato da divisioni pretestuali. Ho infine deciso di rimanere a casa. Mi è dispiaciuto tantissimo, perché per me il Pride è sia una manifestazione politica sia un’occasione di rivedere amici.”

>>> “Dopo tutto quel che è successo, a me è rimasta una sensazione di distacco, di disgusto. Ho deciso che starò lontano per un po’, meglio evitare. Mi sono sentito molto offeso da alcune cose che ho letto da parte degli organizzatori. Anche scritte da un mio caro amico, che ho frequentato per anni e che ora sinceramente non riconosco più… mi fa proprio male.

>>> “Ho espresso disappunto per l’esclusione di Polis Aperta mi sono ‘beccata’ l’appellativo di ‘amica degli sbirri'”.

>>> “E’ stato sconcertante il silenzio delle persone LGBTQI che siamo riusciti ad eleggere all’interno delle istituzioni bolognesi, o che sono state da loro incaricate o nominate. Perché non hanno detto nulla su ciò che stava avvenendo? Sono d’accordo con gli organizzatori?

>>> “Io non accetto il fondamentalismo del Rivolta Pride. Loro credono che le istituzioni siano sempre e soltanto nemiche. Sono anche convinti che, se quest’anno avessimo permesso a Polis Aperta di partecipare ufficialmente alla marcia, il prossimo anno non avremmo potuto dire di No agli striscioni al Pride delle associazioni neo-naziste. Sono irrealistici, ridicoli, pericolosi.

>>> “Durante la manifestazione sono stati imbrattati i muri della caserma dei Carabinieri – con il beneplacito di alcuni, secondo me. Ho subito questo episodio, che è lontano dai miei principi, senza poter fare nulla per fermarlo. Mi sono sentito strumentalizzato. Qualcuno ha usato il nostro corteo come scudo per compiere azioni di questo tipo. Non è stato un Pride, ma il rainbow washing di una rivolta anarchica. Questo non è la mia ‘Comunità’ e non è il mio ‘Orgoglio’. Non mi sono sentito sicuro in un posto e in un’occasione in cui, invece, tutti dovremmo essere accettati per come siamo. Compresa la mia amica e le sue figlie piccole che, conoscendomi e apprezzando i nostri valori, aveva deciso di venire anche lei alla manifestazione.

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