Il Pride oltre il Gay Pride?

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1) Due ricordi
2) Uno sguardo al di là?
3) Vantaggi e svantaggi
4) Il caso del Sindaco di Palermo

1)
DUE RICORDI

Qualche anno fa ho frequentato un gruppo gay che organizzava incontri, cene e feste al di fuori del classico circuito associativo.
Era una proposta commerciale inedita per il panorama italiano.
Senza altri fini tranne quello del piacere di stare assieme.
Molto divertente.

Un appuntamento fisso, in prossimità del Natale, era l’evento di beneficienza.
Venivano raccolti dei soldi poi versati ad una struttura che ospitava bambini con HIV/AIDS.
Anch’io ho contribuito in un paio di occasioni, perché mi piaceva l’idea di abbinare divertimento e solidarietà.

Ad un certo punto, qualcuno ha chiesto: “Perché non doniamo questi fondi a chi si occupa di gay sieropositivi? Sono molti di piu, e poi siamo gay anche noi… sarebbe un bel gesto nei confronti della nostra comunità“.
La reazione immediata degli organizzatori è stata fredda – silenzio, imbarazzo, forse irritazione.
In seguito, hanno espresso quattro motivi per giustificare il loro No:

  • Non vogliamo mettere in difficoltà i nostri fornitori. Abbiamo costruito con loro un’ottima collaborazione, e vogliamo continuare così.
  • I nostri clienti si sentirebbero etichettati, e noi non li vogliamo perdere.
  • Tutelare la nostra immagine è per noi prioritario.
  • Noi non facciamo ‘politica’.

Questa vicenda mi ha fatto molto riflettere.
Col tempo, mi sono anche chiesto come si sono sentite le persone HIV+ che frequentavano quei ritrovi.

Non ho avuto l’occasione di approfondire la questione, discutendone con loro.
La mia impressione, in ogni caso, è questa storia sia una ‘vecchia storia‘, che si affaccia anche oggi sulla scena, in una pluralità di varianti.
Il mese scorso, ad esempio, un caro amico eterosessuale, osservando con preoccupazione della diffusione del pregiudizio anti-LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Intersex, Queer), mi ha detto:

Sai cosa dovreste fare come organizzazioni gay? Aiutare gli altri, come le persone disabili, e dirlo a tutti. Questo sarebbe un ottimo modo per guadagnare rispetto sociale.

2)
UNO SGUARDO AL DI LA’?

C’è, in conclusione, chi pensa che un buon modo per essere ascoltati o seguiti, oppure per creare un ambiente accogliente, sia quello di tenere sotto-traccia le specificità  LGBTQI.
Qualcuno ritiene che questo stile sia sempre valido e che le tracce LGBTQI vadano eliminate del tutto; altri sono dell’idea che esso sia ottimale se applicato soltanto in determinate condizioni, fasi o precisi target.

La discussione è legittima, secondo me, visto che non esistono soluzioni giuste in assoluto: ognuna, infatti, contiene sia dei pro che dei contro.
La sfida è aperta.

Secondo alcuni, del resto, ‘de-gayzzare‘ è una strategia in sintonia con un certo modo di sentire, condiviso anche da varie persone LGBTQI, secondo il quale, citando un paio post piuttosto in voga sui social media:

  • Non esistono gay, lesbiche bisessuali, eterosessuali. Esistono, invece, persone che si innamorano di altre persone.
  • L’amore sboccia tra persone, non tra sessi.
  • L’omofobia sarà sconfitta solo quando non si parlerà più di ‘gay’ o ‘etero’, ma si parlerà di persone.

3)
VANTAGGI E SVANTAGGI

‘De-gayzzare’ la comunicazione.
Con questa locuzione intendo: Comunicare alle e/o delle persone LGBTQI senza fare esplicito riferimento alla loro caratteristiche distintive, al linguaggio e alle immagini in uso nella comunità, alle problematiche che li contraddistinguono, senza usare termini identitari come ‘Lesbica’, ‘Gay’, ‘Bisex’, ‘Trans’, ‘Intersex’, ‘ Queer’.

E’ un’opzione possibile.
Dipende dalle situazioni se è un’opzione buona o cattiva.
Quando prevalgono gli aspetti positivi e quando quelli negativi?

Non ho la spiegazione dell’enigma.
Ho soltanto maturato alcune – in parte controverse e certamente criticabili – considerazioni al riguardo.

a)
‘De-gayzzare’ conviene quando, ad esempio:

  • … applicando l’approccio intersezionale, si intende rivolgersi alle persone LGBTQI ‘di minoranza’ – coloro che, potenzialmente, si differenziano per una serie di aspetti di rilievo rispetto alle persone LGBTQI ‘mainstreaming’. Penso soprattutto alle differenze generazionali (anziani vs. giovani) ed a quelle culturali e nazionali (autoctoni vs. immigrati). Non si può dare per scontato che le persone LGBTQI siano tutte moderne così come le descrivono i sociologi Barbagli e Colombo: Senza con ciò esprimere alcun giudizio di valore, c’è infatti chi ha dei tratti pre-moderni, e chi, all’opposto, si colloca nel post-moderno. La comunicazione deve tenerne conto, riuscire a travalicare i confini
  • … il bersaglio della comunicazione sono primariamente i comportamenti e non, invece, le identità. Questo è un tema particolarmente sensibile in ambito sanitario, in merito alla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale. Non è vero che tutti i Maschi che fanno Sesso con i Maschi (i cosiddetti “MSM”) si auto-identicano come ‘gay’, da un lato, e che tutti i ‘gay’ fanno sesso solo con i maschi, dall’altro lato. Per essere percepita come rilevante da parte delle persone che mira a raggiungere, la comunicazione deve, di nuovo, contaminarsi
  • … il messaggio non è rivolto soltanto all’interno (le persone LGBTQI), ma include anche l’esterno (la società in generale). Del resto, la nostra comunità non vive in una bolla, in una realtà a sé stante, ma interagisce con il resto del mondo e, al pari delle altre componenti dell’opinione pubblica, interviene sulle questioni all’ordine del giorno. “Siamo dalla parte di chiunque venga discriminato” è il pensiero attuale di molte associazioni LGBTQI, impegnate sui diritti dei migranti. Il punto è che quando si comunica con gli ‘altri’, non si può dare per scontato che questi comprendano tutte le sfumature e le contraddizioni della comunità LGBTQI. Di conseguenza, è talvolta opportuno semplificare, affinché il nostro messaggio abbia significato per chi lo ascolta

b)
‘De-gayzzare’ è, al contrario, un errore ed è controproducente quando, ad esempio:

  • … la scelta di focalizzarsi sugli ‘altri’ nasconde in realtà l’obiettivo, consapevole o meno, di chiudere gli occhi su noi stessi, sulle nostre questioni irrisolte, sugli aspetti più dolorosi della nostra comunità. Fare propria l’agenda altrui può servire ad evitare i nostri tabù interni, le questioni percepite come più orticanti. Così facendo, però, rischiamo di annullarci, di perderci, di svuotarci. Nel concreto, provocatoriamente, vari testimoni fanno notare che oggi è più agevole difendere i diritti dei migranti invece che impegnarsi sul fronte delle discriminazioni che i gay sieropositivi subiscono quotidianamente da parte degli altri gay
  • … lo scopo – condivisibile – di costruire buoni rapporti con le altre organizzazioni, magari appartenenti alla stessa area politica, facendo necessariamente sintesi tra le diverse anime per arrivare ad una piattaforma comune, diventa più importante che impegnarsi concretamente sui bisogni interni della comunità. Mettere in comune le agende comporta sempre delle scelte, degli ri-orientamenti delle priorità, anche dei compromessi. Cancellare alcuni ‘nostri’ temi per non mettere in imbarazzo gli ‘altri’, accreditarci come alleati affidabili ed ottenere così il loro appoggio, è però un’operazione di edulcorazione difficilmente giustificabile. Specie se tale operazione è motivata, come talvolta è accaduto, dal nostro – atavico, colpevole – bisogno di farci accettare, di dimostrare che le nostre esistenze sono degne

4)
IL CASO DEL SINDACO DI PALERMO

Come atteso, questa discussione è al suo apice nell’evento LGBTQI più importante dell’anno: il Pride.

Nel 2018, secondo l’omonimo sito web, la stragrande maggioranza dei 28 “Onda Pride” non aveva né nel titolo né nel sottotitolo / slogan i termini ‘Lesbica’, ‘Gay’, ‘Bisex’, ‘Trans’, ‘Intersex’, ‘ Queer’.
Numerosi sono invece i riferimenti geografici, alla Resistenza, al genere.
E’ vero che abbondano, in ogni caso, i colori dell’arcobaleno; è vero che la parola ‘Pride’ è oramai accostata, nella cultura generale, alla nostra comunità; è vero che la consapevolezza della nostra pluralità (non più solo ‘Gay’, bensì ‘LGBTQI’) pone delle difficoltà all’efficacia comunicativa; al netto di ciò, è comunque confermato un cambio di rotta rispetto alla tradizione del nostro movimento.

Al punto che il Sindaco di Palermo Leonluca Orlando, il 22 settembre 2018, in occasione del Pride a Palermo, con soddisfazione ed enfasi ha ufficialmente dichiarato:

Ormai da anni il Palermo Pride non è più il “Gay Pride”.
Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani, dei lavoratori.

Una festa di tutti, quindi.
(Per inciso, il post di Orlando sembra assumere che le categorie sociali citate siano indipendenti tra di loro, che non vi siano cioè donne omosessuali, bambini omosessuali, migranti, anziani, e lavoratori omosessuali.)

> Possiamo essere soddisfatti di questo risultato, visto che sancisce finalmente la nostra inclusione nelle arene sociali e politiche che un tempo ci erano precluse?
> Oppure deve preoccuparci questa trasversalità al di là delle definizioni e delle identità, questo annullamento di una parte importante di noi stessi, questo ‘Pride post-Pride’?

 

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