No al Queer-stan. Perché siamo più diversi (e interessanti) di così

1) Il *Queer* è pervasivo
2) *Queer* non è un termine ombrello
3) Il *Queer”, la nostra comunità e le sue generazioni
4) Conclusioni

1)
IL *QUEER* E’ PERVASIVO

Da qualche tempo, il discorso sulle persone LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex) è egemonizzato da un termine: Queer.

Oggi in Italia, *queer* ha conquistato i titoli di iniziative culturali, manifestazioni, coordinamenti e comitati, articoli, saggi e documenti politici.
Talvolta, viene citato assieme alle altre soggettività; sempre più spesso, invece, appare da solo:
> Querelle è l’apoteosi del cinema queer
> Queer tango
> La musica country queer
> Queer E Ora
> La comunità afroqueer
> Chroniqueers
> Aperitivo Queer Si Voglia
> Queering Rome. Le storie queer di Roma nascoste in bella vista
> Queerantadue
> La visibilità dei corpi queer dagli anni ’70 ad oggi
> Working class queer: Buon Primo Maggio!
> Il più grande festival di cori queer d’Europa

La narrazione collettiva e l’immaginario pubblico ne sono fortemente condizionati.
Con alcuni vantaggi (dire *queer* è francamente più comodo che dire LGBTQQIP2SAA+).
E, allo stesso tempo, vari svantaggi.

2)
*QUEER* NON E’ UN TERMINE OMBRELLO

Il termine *queer* mira a

rendere conto e interloquire con tutte le soggettività non conformi, fluide, non binarie.

Pratiche Queer: opportunità e problemi

Ha un significato preciso che si distingue da altri termini,
Segue un proprio percorso di sviluppo.
Ha una propria prospettiva, che non include le altre.
Si pone in contrapposizione e competizione rispetto ad altre visioni del mondo.
E’ certamente uno dei concetti utili a disposizione per analizzare la realtà e formulare ipotesi, anche nel campo della storia.

Le persone queer sono una componente importante della comunità LGBTQI.
Ne sono parte a pieno titolo.
Contribuiscono con la propria esperienza – caratterizzata dalla lettera Q – alle 6 lettere di tale acronimo.

Però non tutte le persone LGBTQI sono queer.
Una componente altrettanto importante della comunità LGBTQI è infatti rappresentata da soggettività che:

  • Non sono fluide – al contrario, si riconoscono in un’identità di genere radicata, consolidata, stabile, non piegabile alla volontà
  • Sono a proprio agio nel binarismo ‘maschio – femmina’ – infatti, fondano la propria esistenza e il proprio valore di sé sull’appartenere all’uno o all’altro genere

Le persone LGBTQI non-queer credono che

il genere e la sua dualità non sono morti e non sono nemmeno una gabbia del passato di cui è meglio liberarsi quanto prima.

Generi e misfatti. Appunti per un approccio non fondamentalista al femminile e al maschile

Insomma, è sbagliato dire *queer* per intendere tutta la comunità LGBTQI.
Si tratta di una pratica non fondata sui fatti e irrispettosa della nostra eterogeneità.

Oltre a ciò, dire sempre e soltanto *queer* non è soltanto una svista terminologica, una sorta di innocuo gioco da titolista o copywriter, bensì un errore più grave perché:

  • Legittima il tentativo di una parte della comunità LGBTQI di predominare sulle altre, classificandole come meno importanti e meno autentiche, perché meno funzionali alla propria accezione di ‘progresso’ e ‘liberazione’
  • Impoverisce la discussione sul sesso e sul genere, accreditando quello *queer* come l’unico modello interpretativo di valore

3)
IL *QUEER”, LA NOSTRA COMUNITA’ E LE SUE GENERAZIONI

Sono d’accordo con chi afferma che la lingua è una costruzione sociale.
E’ quindi importante che venga innovata per raccontare fenomeni nuovi che emergono nella società.
La lingua non deve essere un museo.

In italiano, *queer* è un termine introdotto di recente; in precedenza, non esisteva nel parlato e nel pensiero comuni.
Non è la prima volta che, sulle questioni LGBTQI, vengono introdotti dei neo-logismi: circa 50 anni fa è infatti stata la volta di *gay*, che ha sostituito concetti precedenti – *omosessuale* e *frocio* innanzitutto.

Quando un nuovo termine viene promosso con l’obiettivo di diventare maggioritario, non viene solamente sostituito il lessico, ma cambiano anche il significato, la percezione, le implicazioni.
Inoltre, si determinano nuove differenze nella società: si generano gruppi che preferiscono continuare ad utilizzare il ‘vecchio’ termine, da un lato, e gruppi che, all’opposto, investono esclusivamente sul nuovo, dall’altro lato.

Queste differenze spesso rispecchiano le generazioni.
Alcune volte, semplicemente si stratificano, sedimentandosi.
Altre volte, possono generare delle vere e proprie fratture, che rendono più difficile la comunicazione, la comprensione e l’agire comune tra individui di diverse età.

Al giorno d’oggi, è evidente come *queer* sia un termine amato e usato prevalentemente da due sotto-popolazioni LGBTQI:

  • Gli attivisti queer transfemministə, che popolano i vertici di buona parte delle associazioni e realtà organizzate della nostra comunità
  • I più giovani, di cui scrive Simone Alliva in un bell’articolo su L’Espresso:

Amata dagli adolescenti, la parola [queer] risuona in canzoni e serie TV, orienta la moda, definisce relazioni nuove. Una luce che rimbalza in ogni campo. E scioglie gli stereotipi.

Generazione queer, verso una nuova liberazione (L’Espresso: 2 maggio 2022)

In tutta onestà, io non so se il *Queer* “scioglie stereotipi“, come dice Alliva.
Di certo, rischia di creare delle distanze tra le persone LGBTQI; forse persino delle discriminazioni.

Se, per un verso, è assodato che il termine *Queer* è prevalente nella comunicazione collettiva, per l’altro verso, è difficile stimare quanto esso sia effettivamente diffuso tra le persone LGBTQI nel quotidiano.
Ciononostante, l’impressione suffragata da alcune ricerche sociali è che *Queer” sia utilizzato in modo assolutamente minoritario:

Le minoranze sessuali non sono formate soltanto da persone ‘L’, ‘G’, ‘B’, ‘T’ e ‘I’ […]
C’è infatti una quota di persone che non è eterosessuale e che, allo stesso tempo, non si identifica in tali lettere.
Si tratta di una minoranza all’interno della minoranza (pari al 3,2% [del nostro campione]), di cui è importante tenere e rendere conto, nella consapevolezza della sua eterogeneità interna – sono infatti svariati gli appellativi e i concetti richiamati da queste persone: ‘Agender’, ‘Asessuale’, ‘Bicurios’, ‘Biromantic’, ‘Demisessuale’, ‘Fujoshi’, ‘Genderfuid’, ‘Indipendente da scelte sessuali’, ‘Non binari’, ‘Panromantic’, ‘Pansessuale’, ‘Queer’, ‘Travestit’.

Gli anni che passano. Sondaggio sull’invecchiare (Arcigay: 2019)

Soltanto 1 persona LGBTQI su 30 preferisce definirsi *Queer*.
Nel frattempo, *Queer” impera sui media.
Siamo di fronte ad una scissione:
> Tra la realtà e la sua rappresentazione?
> Tra linguaggio politico e linguaggio quotidiano, tra linguaggio delle associazioni e linguaggio delle persone?
> Tra ceti dirigenti e base sociale?

A chi si rivolge la comunicazione LGBTQI mainstream quando usa il termine *Queer*?
Chi la comprende?

4)
CONCLUSIONI

Il problema rimane aperto: è difficile trovare un termine universale in grado di includere tutte le diverse componenti della comunità LGBTQI.
Forse impossibile.

Sicuramente, *Queer* presenta numerosi punti critici.

Più in generale, le parole vanno usate con consapevolezza, mantenendo uno spirito auto-critico e disponibile al cambiamento.
Specie per non lasciar indietro nessuno.

Dà speranza il fatto che, mai come oggi, la nostra comunità ha sviluppato interesse e sensibilità verso la propria storia passata – riflessioni, dibattiti, studi, materiali, celebrazioni.
L’auspicio è che queste occasioni ci aiutino a maturare le competenze necessarie per prevenire e trattare le rotture inter-generazionale che rischiamo di produrre ogni giorno, anche a partire dal linguaggio.

Perché non deve più ripetersi quanto è successo l’anno scorso: che i giovani organizzatori di un Pride locale raccontino con sollievo il fatto che i volontari più anziani del loro gruppo, molto critici nei confronti della terminologia utilizzata, abbiano infine scelto di andarsene.

Un pensiero riguardo “No al Queer-stan. Perché siamo più diversi (e interessanti) di così

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