Se vogliamo parlare di migranti LGBTQI, non possiamo interessarci soltanto di richiedenti asilo e rifugiati

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1) La comunità LGBTQI è già multi-nazionale
2) Un cambiamento radicale, con alcune questioni aperte
3) Quali fonti informative utilizziamo?
4) Perché sbagliamo?
5) Quale futuro

1)
LA COMUNITA’ LGBTQI E’ GIA’ MULTI-NAZIONALE

Da un paio d’anni, i temi delle migrazioni internazionali e dell’essere stranieri in Italia sono entrati stabilmente nei discorsi sulle e delle persone LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex).
Su questo fronte, le idee, i valori e gli strumenti dell’approccio intersezionale sono oggi, infatti, piuttosto diffusi:

  • I migranti LGBTQI hanno fatto la loro comparsa ai Pride, spesso con una posizione di rilievo e mediatizzata. Di più, seppur con alcune fragilità, vari migranti LGBTQI hanno cominciato a emergere come un nuovo soggetto protagonista nell’area pubblica; inoltre, le loro vicende sono diventate materia di studio in alcune università del Paese
  • Le problematiche del diritto di asilo sono entrate nell’agenda LGBTQI e vengono sempre più spesso citate e promosse nella comunicazione ufficiale e politica delle nostre associazioni
  • I servizi attivati dalla nostra comunità e rivolti specificamente alle persone straniere LGBTQI sono sempre più diffusi, noti, professionalizzati, presi a riferimento (‘sportelli arcobaleno’)

Questa evoluzione è stata favorita da una serie di elementi – alcuni esterni rispetto a noi, altri interni:

  • La normativa di riferimento e la prassi delle pubbliche amministrazioni hanno via via legittimato l’identità sessuale come possibile campo di discriminazione, da tutelare. Di più, la cultura professionale di chi si occupa di protezione internazionale, anche in contesti al di fuori del perimetro LGBTQI strettamente inteso, ha cominciato a incorporare questo corpo di conoscenze
  • Un numero crescente di richiedenti asilo si è rivelato LGBTQI
  • Il lavoro quotidiano di diversi operatori e volontari LGBTQI nel campo delle migrazioni ha assunto maggior peso, è stato valorizzato in termini collettivi, è diventato un osservatorio a disposizione di tutti
  • Le associazioni LGBTQI hanno tessuto alleanze strategiche e politiche con il movimento anti-razzista, unendo così le forze, e incrementando le possibilità di incidere sul mondo che ci circonda

2)
UN CAMBIAMENTO RADICALE, CON ALCUNE QUESTIONI APERTE

Tutto questo rappresenta una trasformazione molto positiva del nostro modo di pensare e di agire.
L’esistenza delle persone migranti LGBTQI è finalmente uscita dal buio.

E’ importante non dare per scontato questo miglioramento.
Soprattutto perché, soltanto 10 anni fa, la situazione era molto diversa dall’attuale.
Ripercorrere quel periodo ci permette di cogliere, da un lato, quali passi sono già stati percorsi e, dall’altro lato, quali spazi di avanzamento sono tuttora possibili.

Nel 2008-2009 mi sono trovato a supervisionare la prima, esplorativa ricerca sociale realizzata in Italia su questi argomenti: “La Montagna e la Catena. Essere migranti omosessuali oggi in Italia“.
Rileggere oggi quei materiali mi fa pensare a tre cose:

  • Innanzitutto, ricordo che, quando abbiamo lanciato “La Montagna e la Catena” e ci siamo messi a cercare possibili intervistati, non avevamo alcun nome. In altre parole, non conoscevamo nessuno. Solo grazie ad un approfondito passa-parola, e ad un po’ di fortuna, siamo infine riusciti ad intervistare alcune persone. Oggi, invece, esistono delle reti e dei punti di aggregazione, la realtà è molto più ricca ed è più facile interloquire con i migranti LGBTQI. Va celebrato questo successo
  • Ci immaginavamo, allora, che la nostra modesta indagine, con tutti i suoi limiti, era un esperimento che avrebbe comunque dato avvio ad altri studi in questo campo. Ciò, purtroppo, è avvenuto soltanto in parte. Nelle scienze sociali, grazie all’impegno di una serie di giovani ricercatori, laureandi e dottorandi, alcune esperienze sono state effettivamente interessanti, ma francamente non hanno prodotto pubblicazioni importanti, a disposizione di tutti gli interessati, in grado di approfondire e consolidare le conoscenze. Relativamente più avanzato è, invece, lo stato dell’arte delle discipline giuridiche, anche grazie a un più pieno coinvolgimento del mondo accademico
  • Soprattutto, allora era per noi molto importante moltiplicare i punti di vista al fine di ottenere una fotografia ampia e rappresentativa della vita e delle opinioni dei migranti LGBTQI. Sapevamo che sarebbe stato un errore fare affidamento ad una sola fonte informativa. Nel 2008 l’unica bibliografia che avevamo trovato sui migranti LGBTQI trattava di prostituzione e di prevenzione HIV/AIDS. Sono ancora adesso molto riconoscente nei confronti di quegli autori, che per primi mi hanno stimolato a intrecciare tra di loro i concetti di ‘minoranza sessuale’ e di ‘diversità culturale’. Allo stesso tempo, ricordo però che ci ripetevamo sempre di cercare anche altre lenti di osservazione, altri concetti, altri stili – perché ‘Non tutti i migranti LGBTQI sono sex worker’. Ecco, la mia impressione è che, nel 2019, tale consapevolezza sia venuta un po’ meno in capo a chi si occupa di questi temi

3)
QUALI FONTI INFORMATIVE UTILIZZIAMO?

La mia tesi è che, al giorno d’oggi, quando si parla di migranti LGBTQI in realtà si fa riferimento soltanto a una delle numerose componenti della popolazione straniera LGBTQI: quella dei richiedenti asilo e rifugiati.
Gli altri gruppi vengono sottaciuti e il nostro patrimonio di conoscenze risulta sbilanciato.

Ho ricevuto di recente due inviti a partecipare ad altrettanti eventi, molto interessanti.
La loro descrizione conferma come l’esperienza migratoria venga oggi, di fatto, declinata esclusivamente in termini di protezione internazionale.

Il primo:

“Questa sera vogliamo parlare di migrazioni LGBTQI a tutto tondo.
Il nostro ospite è l’avvocato F.S. […].
Davanti ad un aperitivo, parleremo della tutela dei diritti attraverso una visione trasversale rispetto a razza, lingua, sesso e religione.

L’obbiettivo è aprire un dialogo con chi si occupa dei casi specifici di richiedenti asilo per questione di violenze di genere e orientamento sessuale. […]”

Il secondo:

“Titolo del seminario: La condizione giuridica del migrante LGBTI
Programma:
– Il quadro giuridico sull’asilo costituzionale, la protezione internazionale, la protezione sussidiaria ed ex umanitaria, anche alla luce del decreto Salvini
– Le origini della normativa sulla protezione internazionale, il percorso parlamentare
– La condizione del richiedente asilo LGBTI
– Tavola rotonda: La rete territoriale degli sportelli per i migranti LGBTI e l’assistenza alla persona rifugiata”

– Ora, per un verso, è vero che, da qualche anno:

  • La cronaca italiana è fortemente centrata sulla figura della ‘sbarco’, cioè dal fatto che gruppi di migranti che cercano, via mare, talvolta tragicamente, di arrivare in Europa salpando dalle sponde meridionali del Mediterraneo. Si tratta, in effetti, di una delle sfide principali della nostra contemporaneità
  • La politica, le istituzioni, i mass-media, la società si interrogano e discutono al riguardo
  • Molte risorse – istituzionali e della società civile, nel bene e nel male – sono state investite per risolvere o per lo meno alleviare la drammaticità di questo fenomeno

– Ma, per l’altro verso, il grosso rischio che corriamo è dimenticare che i flussi immigratori collettivi non programmati sono soltanto una parte del complesso mondo della migrazione.

Vi sono, invero, tanti tipi di migranti, ognuno con il proprio percorso, i propri temi, le proprie specificità, le proprie problematicità: i richiedenti asilo e i rifugiati, certamente, così come i migranti economici e i lavoratori, le persone ricongiunte (figli o partner), gli studenti, le persone di origine straniera / con un background migratorio, le seconde generazioni.
Ignorare tale molteplicità è un grave errore – a livello sia sostanziale (‘Non si può fare di tutta l’erba un fascio’), sia statistico.
ISTAT dimostra infatti che:

  • All’inizio del 2018, i cittadini extra-UE con un permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale o umanitaria erano un’esigua minoranza del totale degli stranieri regolarmente presenti (pari a soltanto il 6,6%)
  • Sempre all’inizio del 2018, la gran parte dei cittadini extra-UE non era appena arrivata nel nostro Paese, come lo sono i richiedenti asilo, ma, al contrario, era titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo (61,7%)
  • Nel corso del 2017, il motivo principale di ingresso dei cittadini extra-UE entrati in Italia non era la protezione internazionale (38,5%), bensì il ricongiungimento familiare (43,2%)

4)
PERCHE’ SBAGLIAMO

Prendere una parte (vale a dire l’asilo e il rifugio) per il tutto (cioè le migrazioni in senso lato) è, in conclusione, uno sbaglio che commettiamo troppo spesso, e che dobbiamo risolvere.
Ciò che facciamo con i richiedenti asilo e rifugiati LGBTQI è assolutamente lodevole; ma considerare questa specifica esperienza come esemplificativa di tutta la galassia migratoria è un inganno.

Perché ci comportiamo così?
I motivi sono vari e di diverso tipo.
Alcuni sono dei veri e propri pregiudizi – più o meno volontari, più o meno consapevoli.
E’ proprio da questi che dobbiamo partire, per migliorarci. 

L’amico e collega Massimo Modesti, in un articolo recente e molto stimolante (“Giovani LGBT+ figli di immigrati: una presenza in crescita, un discorso che resta in ombra“), ne traccia alcuni: 

“[Perché la comunità LGBTQI non si interessa dei figli LGBTQI degli immigrati?]
– [Perché essi] Non fanno notizia [visto che] oggi i riflettori dei media e della politica sono tutti puntati sull’emergenza delle migrazioni che arrivano dalla rotta mediterranea e sui richiedenti asilo
– [Perché essi] Sono difficili da conoscere e da far emergere perché richiedono di entrare delicatamente nella quotidianità delle persone e delle famiglie ordinarie
– [Perché] Si pensa che se la caveranno perché in fondo vivono in Italia e piano piano anche le loro famiglie saranno contagiate da un clima di tolleranza e libertà
– [Perché] Non ci sono procedure validate e pronte da seguire per avvicinare e aiutare famiglie e giovani che si trovano in difficoltà (tanto che spesso lo veniamo a sapere da fatti di cronaca che sono solo la punta dell’iceberg)
– [Perché] Tendiamo a trattare le comunità immigrate come qualcosa di alieno (e spesso lo sono nella misura in cui non ne conosciamo la cultura e il funzionamento delle reti di relazione) in cui se succedono atti di intolleranza e violenza è perché ‘sono arretrati’, ‘sono mussulmani’, ‘è la loro cultura’ o semplicemente ‘sono stranieri’
– [Perché] Tendiamo a concepire le persone con background migratorio in base allo stereotipo che abbiamo sulla loro appartenenza: se sono mussulmani saranno per forza omofobi, se sono brasiliani saranno liberali e di mentalità aperta, etc.”

L’analisi di Massimo, benché riferita ad un particolare target (quello delle seconde generazioni), contiene in realtà delle suggestioni di ben più ampia portata.
La condivido in pieno e desidero arricchirla con ulteriori ipotesi, con altre provocazioni.
Secondo me, il ritardo che scontiamo, in Italia, su questi temi dipende anche dal fatto che, come comunità LGBTQI:

  • Siamo più affascinati dai problemi che dalle risorse > Cosa c’è di interessante da sapere se non c’è qualcosa da risolvere?
  • Sebbene siano almeno 20 anni che l’Italia è un paese di immigrazione, ci siamo ‘svegliati tardi’ su questi argomenti. Abbiamo ‘aperto gli occhi’ solo nell’ultimo periodo, in piena ‘Primavera Araba’ ed ‘Emergenza Nord Africa’, quando effettivamente la tipologia dei flussi migratori era in buona parte cambiata; ci siamo concentrati sugli avvenimenti più recenti, sui nuovi arrivi, e ci siamo disinteressati di tutto il resto > Il presente è il tempo più interessante da conoscere
  • Troviamo più utile (ed appagante?) occuparci delle emergenze, in linea con le priorità definite dal clima sociale e politico, talvolta con una implicita motivazione di opposizione alle politiche del governo centrale > Conoscere per costruire un’alternativa di resistenza
  • Mai come ora, ci sono persone che si rivolgono, con fiducia, a noi per risolvere incertezze importanti della propria vita: sono i migranti alle prese con la propria domanda di asilo. Ci facciamo carico delle loro sfide, le prendiamo a cuore. Non ci rimane molto tempo, ovviamente, per andare a cercare, nei loro ambienti, le altre persone straniere. Costruiamo le nostre conoscenze soltanto sulla base di ciò che ci racconta chi ci cerca > La conoscenza è ciò che è necessario per portare a buon fine le procedure di tutela

5)
QUALE FUTURO

In primo luogo, sono convinto che è fondamentale continuare a fare ciò che già facciamo nei confronti dei richiedenti asilo e rifugiati.
Si tratta di un lavoro di grande valore, che mi inorgoglisce e ci fa onore. 

Al contempo, io credo che sia essenziale introdurre una maggiore pluralità nel nostro bagaglio di competenze e conoscenze.
Riorientare strategicamente il nostro campo di intervento e le nostre fonti informative.
Investire in settori rimasti finora periferici, al fine di poter infine qualificare le nostre interpretazioni e i nostri interventi su un più ampio spettro della realtà.

Questo auspicio richiederà dei cambiamenti – innanzitutto in termini di ambiti disciplinari.
Finora abbiamo praticato soprattutto la geopolitica (la situazione nei paesi di origine) e il diritto; sarà invece necessario esplorare in profondità le dinamiche intra-familiari e intra-comunitarie in terra di emigrazione, incrociandole al genere e alla generazione.  

Così facendo, potremo valorizzare pienamente le potenzialità dei nuovi cittadini, beneficiandone noi stessi.

Potremo cambiare la nostra comunità.
Farla diventare più inter-culturale.
Svincolarla dalle contingenze e connetterla al futuro. 

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