La violenza di genere è un feticcio? Realtà, critiche e proposte di miglioramento

  1. Un deciso no, con però anche due
    • La violenza di genere non è un feticcio
    • La narrazione mainstream tratta spesso la violenza di genere come un feticcio
    • Le profezie che auto-avverano e il pericolo di travisamento nel medio-lungo termine
  2. Definizioni, scivolate e riduzionismi
  3. Evidenze LGBTQI
  4. Otto proposte di miglioramento (più una)
  5. Disclaimer personale

1.
UN DECISO NO, CON PERO’ ANCHE DUE SI’

La violenza di genere è un feticcio?
La mia risposta a questa domanda è disincantata ed è articolata in tre parti:

  • No, assolutamente no ~ In sé, la violenza di genere non è un feticcio
  • Sì, attualmente sì ~ La narrazione mainstream tratta spesso la violenza di genere come un feticcio
  • Sì, nel medio termine purtroppo sì ~ Questa rappresentazione dominante rischia di cambiare la sostanza della violenza di genere: la violenza di genere può diventare a tutti gli effetti un feticcio

a) La violenza di genere non è un feticcio

Io sono convinto che quello di violenza di genere sia un concetto prezioso per:

  • Guardare dentro con onestà alle relazioni inter-personali e inter-generazionali, intime e familiari
  • Rilevare eventuali problemi di discriminazione, svilimento e maltrattamento sulla base delle identità
  • Infine, tentare di risolvere queste questioni, in vista di una società più libera, equa, giusta, in cui ognuno possa dare il meglio di sé e vivere in piena dignità la propria persona e la propria esistenza

Quello di violenza di genere, in definitiva, è uno strumento che apre gli occhi, rende consapevoli, non dà per scontate e naturali le gerarchie e gli assetti di potere esistenti… uno strumento ‘rivoluzionario’, per certi versi, specie in una cultura come quella italiana, che è invece tradizionalmente fondata sull’inviolabilità dell’istituzione familiare e sulla netta separazione tra spazi privati e spazi pubblici di vita.

b) La narrazione mainstream tratta spesso la violenza di genere come un feticcio

La violenza di genere non è soltanto una teoria o un esercizio da eremiti.
Se fosse rimasta soltanto un’astrazione, o un pensiero solitario, avrebbe avuto effetti molto più limitati sul nostro mondo – e questo a me non non piacerebbe.
In questi anni, la violenza di genere è invece diventato un movimento collettivo.
La violenza di genere è stata adottata come punto-cardine da una pluralità di soggetti, che hanno così potuto maturare importanti conoscenze e competenze, architettare e realizzare linee di finanziamento e politiche, far emergere e consolidare canali di comunicazione e mercati.

Al pari di tutti i movimenti collettivi, il movimento collettivo della violenza di genere mira a far progredire la propria visione, a far vincere la propria interpretazione della realtà, a far valere la propria ‘ricetta per la felicità’.
Le ipotesi concorrenti sono quindi degli ostacoli.
Talvolta, queste alternative vengono affrontate, e vinte, inglobandole dentro di sé; più spesso, queste sfide vengono combattute con l’obiettivo di annullarle o, per lo meno, di renderle socialmente onerose – al punto che diventa faticoso, doloroso, controproducente esprimere opinioni di minoranza e di segno opposto.
Sono funzionali a tale contrapposizione la cristallizzazione sintetica delle posizioni (‘La nostra verità è un decalogo’) e la dicotomizzazione (‘Se non sei d’accordo al 100% con noi, allora sei contro di noi’).

Nulla di nuovo, francamente; né di eccezionale.
Al contrario, tutti i movimenti collettivi tendono innanzitutto a riprodurre se stessi e a crescere.
Di più, le loro agende non sono assolute, bensì relative, visto che rappresentano l’esito di una combinazione tra evidenze reali (‘Ciò che succede davvero nel mondo’) e costruzioni sociali (‘Ciò che è più vincente nella competizione tra gruppi’).
Il sistema è aperto e democratico fin quando vi è una pluralità di movimenti collettivi, coesistenti tra di loro, senza alcun monopolista.

Ecco, io osservo due aspetti che mi preoccupano in merito alla violenza di genere per come viene propugnata quotidianamente dal movimento collettivo di maggioranza:

  • E’ una particolare accezione e semplificazione del ‘concetto originario’ – L’unica casistica ammessa, tra le numerose combinazioni potenziali (M vs. F, F vs. F, F vs. M, M vs. M), è quella dell’uomo-perpetratore contro la donna-vittima. Non vi è alcuna disponibilità a considerare, neppure in astratto, le altre vicende umane. Una solo è la norma. Le altre esperienze sono o illegittime, quindi da condannare, o irrilevanti, da derubricare, o ‘tentativi di avvelenare i pozzi’, da respingere
  • Non ammette distinguo, diversità e perplessità, e considera ogni critica un sacrilegio – Quasi non fosse più uno strumento utile per capire e intervenire, bensì un feticcio da accogliere e venerare nella sua interezza, di cui avere fede. Forse è per questo motivo che, in più di un’occasione, il movimento si è sentito legittimato a decidere al posto del Tribunale in merito alla veridicità o a falsità di un’accusa di violenza di genere (il caso più recente è questo)

Sui limiti che si generano quando gli oggetti di interesse e di intervento vengono trasformati in feticci, e sui rischi della ricerca ‘a tema’ o ‘militante’, è intervenuto di recente il prof. Marzio Barbagli, un sociologo di cui ho molta stima, nel corso di un illuminante intervista a Chiara Lalli per il Corriere della Sera:

L’Istat ha iniziato a svolgere le indagini sulla violenza partendo dalla vittimizzazione in generale e poi nello specifico concentrandosi sulle donne. I risultati fanno pensare a una diminuzione.
A volte, le ricercatrici Istat – che possono essere anche femministe militanti – hanno un po’ di imbarazzo quando devono presentare i numeri perché sono diversi da quelli delle organizzazioni contro la violenza. Per motivi comprensibili, molte ricercatrici hanno difficoltà perché le organizzazioni sostengono che è un fenomeno in aumento e i dati dicono invece che è vero l’opposto.
Tutti i dati ci dicono che per fortuna la violenza sulle donne è in diminuzione, cioè non c’è dubbio che nel medio e lungo periodo in Italia c’è una diminuzione di stupri e di femminicidi.
Questo è un classico dilemma tra numeri e politica. Non è solo la forza delle credenze, in questo caso, ma anche le regole delle organizzazioni. Se tu organizzazione che ti batti giustamente contro la violenza contro le donne cominci a dire che il fenomeno diminuisce è come se lo sminuissi. Devi sempre dire, o sei portata a dire, che la situazione è sempre più grave. Chi è dalla tua parte ma fa ricerca sa che non è così e che i dati dicono una cosa diversa e che è il desiderio di cambiare la situazione – legittimo e condivisibile – ti porta in un’altra direzione.
[…] nel caso delle scienze sociali c’è una forte tendenza dei ricercatori a studiare cose su cui sono già arrivati alle conclusioni. La ricerca non è considerata interessante quanto mette in dubbio quello che pensavi inizialmente, ma quando conferma – e deve confermare – quello che tu già pensi sulla base della tua storia personale e di altri motivi che in parte coincidono con le tue idee politiche. Facciamo molta fatica ad apprendere cose nuove e che mettono in discussione le nostre credenze.

c) Le profezie che auto-avverano e il pericolo di travisamento nel medio-lungo termine

La violenza di genere può diventare un vero e proprio un feticcio, per una serie di motivi:

  • Perché le profezie si auto-avveraro: Se due o più persone considerano o percepiscono come reale un fenomeno, esso lo diventa nelle sue conseguenze. E’ il c.d. ‘effetto Rosenthal’, uno dei risultati più interessanti delle scienze sociali: la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione. Vale a dire, se la maggioranza e le istituzioni continuano a non problematizzare la violenza di genere, essa tenderà a diventare sempre più incondizionata, a ‘fissarsi’ in standard e prassi, a ‘piegare a sé’ tutte le altre evidenze e soggettività
  • Perché possiamo finire per interessarci molto di più alle tattiche di difesa ed attacco della lotta tra gruppi e movimenti, tra decaloghi e soluzioni, rispetto che alla realtà dei fatti quotidiani. Se non manteniamo focalizzata l’attenzione e aperta la mente, la nostra attenzione può essere distolta dal vero fondamento di tutta questa discussione: le esperienze delle persone in carne e ossa
  • Perché possiamo cedere alla tentazione di considerarci già soddisfatti del nostro livello di comprensione del mondo e puntare quindi più allo sviluppo e consolidamento delle nostre ipotesi, rispetto che alla esplorazione di storie di altri mondi e di altro tipo

Se si tramutasse un feticcio, la violenza di genere perderebbe ogni rilevanza.
Diventerebbe l’ennesimo sistema di idee chiuso, che trova conferme in se stesso, non si mette in discussione, non apprende e non innova, rigido, disinteressato e disancorato rispetto alla realtà.
Tranquillizzate, forse; conveniente ad alcuni, probabilmente; certamente, molto povero – una scatola vuota.

2)
DEFINIZIONI, SCIVOLATE E RIDUZIONISMI

Capirsi sulla violenza di genere non è immediato.
I suoi contenuti e i suoi confini vengono per lo più dati per scontati; sono raramente esplicitati; sono poco teorizzati e messi alla prova della realtà.
Per questo motivo, ambiguità, equivoci, false credenze sono, secondo me, all’ordine del giorno.

> Secondo alcuni, la violenza di genere non sarebbe altro che la versione politically correct di un altro concetto, più datato e immediato: quello di violenza degli uomini contro le donne.
Soltanto un’opera di maquillage lessicale, quindi?

> Secondo altri, invece, la violenza di genere è qualcosa di più e di diverso: richiama il genere delle parti e, soprattutto, la causa, o la conseguenza, o il movente del perpetratore.
La violenza di genere sarebbe una qualsiasi violenza diretta contro una persona in quanto appartenente ad un genere, o che colpisce un genere in modo sproporzionato rispetto all’altro.

Io trovo questo secondo approccio molto più promettente, perché apre prospettive di ricerca e di analisi inedite e interessanti.
EIGE stessa – l’European Institute for Gender Equality – pare andare in questa direzione quando scrive che:

La violenza di genere è la violenza diretta contro una persona a causa del suo genere.
Sia gli uomini che le donne fanno esperienza della violenza di genere […]

Poco dopo però aggiunge:

La violenza di genere e la violenza contro le donne sono termini che spesso vengono usati in modo interscambiabile, visto che è ampiamente riconosciuto che la maggior parte della violenza di genere è inflitta, dagli uomini, sulle donne, ragazze e bambine.

Ora, è evidente che:

  • Le statistiche giudiziarie provano che i reati intra-familiari (con particolare riguardo a quelli tra partner intimi presenti o passati) vedono le donne quali vittime in misura assolutamente più elevata rispetto che gli uomini. E’ un dato di fatto; si può discutere delle cause di ciò, ma lo scenario rimane attualmente molto chiaro
  • La realtà è più complessa delle nostre distinzioni concettuali ed è quindi legittimo e necessario avere a disposizione strumenti interpretativi sufficientemente trasversali, applicabili a diverse casistiche, non mutualmente escludentesi

E’ però altrettanto vero che, e sta qui il cuore della mia critica:

  • La violenza non si esaurisce soltanto nelle fattispecie penali, come è noto tutti; che esistono varie forme di violenza, più o meno attiva e passiva; che, appunto per questo motivo, da qualche tempo le statistiche giudiziarie vengono finalmente integrate arricchite con altri tipi di dati – tra cui quelli provenienti dalle ricerche sociali… che però, nella stragrande maggioranza dei casi, continuano ad essere realizzate intervistando soltanto le donne. Siamo di fronte al classico esempio di ciclo vizioso fondato su un pre-giudizio, su un assunto non verificato: Interpello soltanto uno specifico gruppo perché penso che soltanto quel gruppo abbia qualcosa da dirmi → Di conseguenza, le evidenze che costruisco mi confermano che nel mio pensiero → In conclusione, le prossime volte continuerà ad interpellare soltanto quel gruppo
  • Proprio perché è complesso vagliare la realtà sulla base dei nostri apparati concettuali, è opportuno mantenere una certa cautela interpretativa… ad esempio, non commettendo l’errore di spiegare tutto con sempre e soltanto un’unica motivazione, come invece succede quando si interpretano le statistiche della giustizia o viene purtroppo uccisa una donna: subito e senza alcun dubbio si sancisce che si tratta certamente di ‘femminicidio’ – quasi che, esacerbando i toni, gli uomini possano essere colpiti per molte ragioni, mentre le donne soltanto per una: il loro genere

La narrazione, le rappresentazioni e le analisi mainstream su questi temi si reggono, secondo me, su tre forme di semplificazione acritica del pensiero:

  • L’unica violenza di genere (validata dalla teoria come ammissibile) è quella degli uomini contro le donne
  • Tutta la violenza contro le donne è di genere
  • Le fattispecie penali di violenza interpersonale (che sono a notifica obbligatoria) rappresentano adeguatamente tutte le forme di violenza di genere

Se non vengono adeguatamente analizzati e risolti, questi riduzionismi rischiano di viziare la qualità di tutto il discorso, di applicare due pesi e due misure a seconda dei casi, di scivolare da un polo all’altro a seconda delle convenienze.
Con grave danno per tutti, soprattutto per i soggetti più fragili e per le vittime.

3)
EVIDENZE LGBQTI

Cosa c’entrano questi discorsi con le persone LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex)?

Se seguissimo alla lettera le interpretazioni mainstream sulla violenza di genere, nella sua accezione rigidamente sessista (e, di fatto, eterosessista), non dovrebbero c’entrare granché, visto che nel nostro caso le relazioni si sviluppano molto spesso tra persone dello stesso genere.
Il fatto che questa problematica sia invece rilevante anche all’interno della nostra comunità, è una ulteriore conferma della necessità di ampliare gli orizzonti, di includere e considerare adeguatamente ulteriori elementi (tra cui le coppie same-sex), di guardare oltre i confini dell’attuale comfort zone, di meticciare, di ripensare i binari finora tracciati.

Dal mio punto di vista, il rapporto che la comunità LGBTQI predominante italiana ha con la violenza di genere è sostanzialmente si sviluppa attualmente su quattro campi:

  • Convinto sostegno al movimento e alla causa femminista, piena adesione all’alleanza contro il c.d. ‘patriarcato
  • Elevata attivazione rispetto ai casi di violenza ai danni delle persone LGBTQI ad opera di uomini eterosessuali o delle famiglie di origine
  • Mancanza di dati e riferimenti sulla diffusione della violenza di genere all’interno delle relazioni e nelle famiglie di scelta LGBTQI, poco interesse a produrne
  • Consapevolezza settoriale, limitata capacità a trattare i casi di violenza di genere LGBTQI quando sia il soggetto perpetratore sia il soggetto vittima sono interno alla nostra comunità

La mia impressione, in altre parole, è che vi sia una sorta di vuoto sul fronte interno, cioè sulla violenza di genere di origine endogena.
L’auto-riflessione è insufficiente e, quando esiste, è compartimentata a soltanto una situazione – importante, certo, ma assolutamente minoritaria: le donne migranti e gli uomini migranti richiedenti protezione internazionale vittime di stupro identitario.
Probabilmente, il ritardo su questi temi dipende anche dall’immaturità della nostra contezza sul rapporto tra sesso e violenza, specie nelle relazioni tra maschi, come evidenziato qui.

A dire il vero, in questi anni abbiamo assistito, spesso su impulso di avvenimenti avvenuti all’estero, a piccole ondate di consapevolezza sulla violenza nelle relazioni lesbiche (v. ad esempio: qui, qui, qui, qui, qui).
Meno attenzione ha invece finora raccolto la violenza nelle relazioni gay.
E’ significativo notare come le principali dimensioni utilizzate per spiegare questi fenomeni non abbiano chiamato in causa le tipiche variabili della violenza di genere, bensì altri fattori, specifici, quali lo stress sociale, l’omofobia interiorizzata, etc.
Siamo quindi di fronte a una violenza tra intimi simile per forma a quella delle relazioni eterosessuali, ma diversa per sostanza e motivazione? Una violenza tra intimi, quindi, con minori livelli di responsabilità personale da parte dei perpetratori (vittime essi stessi delle medesime cause)?

Non è facile rispondere a queste domande.
Probabilmente non è nemmeno possibile, allo stato dell’arte odierno.
Il punto è che non lo sappiamo, anche perché non abbiamo dati aggiornati e rilevanti a disposizione, per una serie di motivi:

  • Le statistiche ufficiali della giustizia non distinguono i casi same-sex
  • Le ricerche sociali sulla popolazione generale o non si interrogano a sufficienza sulla concordanza tra genere del perpetratore e genere della vittima (danno per scontata l’eterosessualità), o producono campioni numericamente troppo limitati per poter essere significativi in riferimento alle persone LGBTQI, o – forse – vivono un certo disagio quando devono avventurarsi in questo campo e preferiscono fare un passo indietro
  • Le ricerche sociali specifiche sulle persone LGBTQI sono limitate e vanno qualificate

Per quanto so, in Italia i dati quantitativi ed estensivi più recenti sulle diverse forme di violenza all’interno delle coppie same-sex risalgono alla survey “Modi Di”, realizzata nel lontano 2005.
I risultati rivelano che le coppie gay e lesbiche non sono immuni a questo tipo di problema:

  • COPPIE GAY ~ Il 72,0% dei rispondenti che sono o sono stati in coppia con un uomo dice di non avere mai subito alcuna forma di maltrattamento; il 6,4% racconta che è stato controllato tutto il tempo [almeno in una relazione, dal partner], il 4,1% è stato forzato a fare sesso, il 3,9% è stato isolato da amici e/o famiglia, il 3,5% è stato insultato regolarmente o umiliato, il 2,7% è stato picchiato, l’1,7% è stata ferito fisicamente senza necessità di cure mediche, l’1,0% è stata ferito fisicamente con necessità di cure mediche
  • COPPIE LESBICHE ~ Il 68,1% delle rispondenti che sono o sono state in coppia con una donna dice di non avere mai subito alcuna forma di maltrattamento; il 7,8% racconta che è stata controllata tutto il tempo [almeno in una relazione, dalla partner], il 6,5% è stata isolata da amici e/o famiglia, il 5,7% è stata insultata regolarmente o umiliata, il 3,7% è stata picchiata, il 2,6% è stata forzata a fare sesso, l’1,9% è stata ferita fisicamente senza necessità di cure mediche, lo 0,5% è stata ferita fisicamente con necessità di cure mediche

4)
OTTO PROPOSTE DI MIGLIORAMENTO (PIU’ UNA)

In conclusione, per qualificare il nostro approccio alla violenza di genere, al fine di comprenderla e contrastarla meglio, sono necessari, secondo me, i seguenti percorsi di miglioramento:

  • Misuriamo anche quella contro gli uomini, prima di dire che soltanto le donne ne sono vittima
  • Occupiamoci di tutti gli altri tipi di violenza, sia attivi che passivi, oltre le fattispecie penali
  • Incrociamo i dati per sesso del soggetto perpetratore, prima di dire che soltanto gli uomini sono i carnefici
  • Includiamo nella teoria, nella ricerca e nella narrazione anche le coppie same-sex
  • Non diamo per scontato che l’omicidio di una donna sia sempre un femminicidio, cioè che il suo motivo sia necessariamente legato al genere della vittima
  • Includiamo nella teoria, nella ricerca e nella narrazione i ruoli e le responsabilità sia degli uomini sia delle donne riguardo alla riproduzione della violenza di genere
  • Se – giustamente – vogliamo ampliare il campo e considerare la violenza di genere sia intenzionale e interpersonale sia strutturale e societaria, analizziamo sia quella ai danni delle donne, che quella ai danni degli uomini. Potremmo scoprire che, a seconda degli ambiti considerati, talvolta sono le donne e tal altra gli uomini ad essere discriminati; potremmo rilevare che non esiste un solo genere che è la vittima universale
  • Tenere concettualmente distinti i concetti di violenza di genere e di violenza contro le donne, e completare il quadro considerando anche la violenza contro gli uomini. Misurarli separatamente, anche. La confusione che attualmente aleggia sulla loro presunta sovrapposizione è sdrucciolevole, imparziale, discrezionale, pregiudizievole e non promuove un’autentica riflessione sulla realtà
  • (Ideiamo e testiamo una pluralità di ipotesi interpretative: il patriarcato (e/o il capitalismo) non possono essere le uniche macro-proposte che siamo disposti a considerare. Costruiamo ipotesi che sia possibile falsificare)

5)
DISCLAIMER PERSONALE

Di genere e del ruolo della soggettività maschile all’interno della comunità LGBTQI mi interesso da qualche tempo, con uno stile di analisi quanto più possibile libero da condizionamenti e appartenenze.
Temi ‘caldi’, lo so, ma che trovo molto affascinanti.

Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significa esprimere un dubbio, lanciare una provocazione, dare peso ad un evento considerato avverso, criticare un argomento-feticcio come la violenza di genere.
> Quando lo faccio, frequente è la ‘controffensiva’ – una reazione di contrattacco che spesso mira a rintracciare nella mia biografia una questione irrisolta alla base della mia opinione.
> Altre volte, gli amici reagiscono sottolineando gli svantaggi connessi all’aprire ‘quel fronte’:

Concordo con te, ma […] spesso, se inizi ad approfondire […], esce tutto e di più. Si apre un dibattito insostenibile, specie on-line, perché attira le più fantasmagoriche fantasie sul tema. E non si finisce più ahimè.

> In ogni caso, a mio parere, ciò che conta è che il discorso cambia oggetto: non si discute più di idee, ma del perché ‘ce l’ho con le donne’, o delle priorità dell’agenda, o dei benefici del silenzio.

In questa sede io di idee voglio parlare e di idee mi piace dibattere.
Le altre dimensioni sono semplicemente off topic.
Allo stesso tempo, sono consapevole che il mio osservatorio è particolare e parziale; come tutti gli osservatori, del resto.
Mi pare quindi importante condividere alcuni tratti di me al fine di invitare chi ha un’esperienza diversa dalla mia ad esprimere le proprie considerazioni e ad arricchire così il ventaglio delle riflessioni.

Sono un uomo gay, mi occupo di sociologia e statistica sociale.
In quanto tale, sono personalmente interessato a come i dati – soprattutto quelli ufficiali e di survey – vengono costruiti, quali significati possiamo attribuire loro e quali sono i loro limiti; lo stesso vale per i fatti che riescono a diventare notizie sui giornali.
Trovo molto arricchente studiare anche i movimenti sociali ed, in particolare, i movimenti di opinione, le bolle sui social, l’opinione pubblica, l’effetto dei mass-media e le correnti di pensiero c.d. ‘critico’.
Assisto in qualità di spettatore esterno alle dinamiche collettive tra donne eterosessuali e uomini eterosessuali. Potrei disinteressarmene, visto che nelle mie relazioni sociali e intime non sono particolarmente influenzato dalla ‘rabbiosa crisi identitaria dei maschi conseguente alla rivoluzione femminista contro il patriarcato’.
Osservo dal mio interstizio e talvolta sfrutto il ‘privilegio’ di appartenere ad una minoranza discriminata: il fatto di essere gay, e di poter quindi accusare il mio interlocutore di omofobia (un altro feticcio, a dire il vero), mi permette infatti di affermare cose percepite come urticanti, che alcuni amici e colleghi maschi eterosessuali forse preferirebbero non dire per il timore di essere immediatamente tacciati e vilipesi.
Con tutto me stesso, difendo il valore e l’importanza dell’idea di violenza di genere – anche per motivi egoistici, certamente: sono infatti consapevole che io stesso potrei infatti diventare una vittima di questo tipo di sopraffazione.
Voglio essere considerato parte in causa: auspico che la violenza di genere sia concettualizzata e misurata anche nelle coppie e nelle famiglie same-sex.
Cerco di essere razionale, di considerare tutti i punti di vista e di essere critico.
La mia più grande preoccupazione è quella di Francisco Goya: che la ragione si addormenti e si generino così dei mostri.

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