Fratture. 4 punti di contrasto nella comunità LGBTQI

  1. Uguali e diversi. Ma c’è molto di più
  2. La gestazione per altri (aka ‘L’utero in affitto’)
  3. Sex work is work?
  4. PrEP vs. Preservativo
  5. Identità queer

1)
UGUALI E DIVERSI.

MA C’E’ MOLTO DI PIU’

Succede in tutti i gruppi e succede anche nella comunità LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex): al loro interno vi sono opinioni e idee diverse, punti di vista divergenti.

Diversi ma anche uguali.
– Com’è ovvio, le persone LGBTQI hanno storie individuali e prospettive eterogenee esattamente come le persone eterosessuali. Vivono, agiscono, pensano, votano in autonomia. La loro identità sessuale non determina tutti i loro comportamenti e le loro scelte.
– Allo stesso tempo, bisogna però anche sottolineare come le persone LGBTQI condividano – volenti o nolenti – una condizione di minoranza, che molto spesso le obbliga ad affrontare sfide e interrogativi comuni, cioè uguali a quelli incontrati dai loro pari: Chi sono? Perché sono diverso dai miei genitori? Posso dire chi sono veramente? Dove trovare persone come me? Sono al sicuro qui?

Il mondo è vario, certamente.
Ma c’è di più, cioè una tendenza della percezione ben nota alla psicologia sociale dei gruppi.
Se vista ‘da fuori’, la comunità LGBTQI sembra infatti più coesa al proprio interno e, allo stesso tempo, più distinta rispetto all’esterno di quanto lo sia effettivamente.
– All’opposto, quando è vista ‘da dentro’, la comunità LGBTQI è più variegata e in fin dei conti sovrapponibile della ‘realtà eterosessuale’ di quanto ci si aspetterebbe.
Ciononostante, quante volte i mass-media continuano ancora a comunicare con titoli come ‘I gay a favore di X’, ‘L’ira delle lesbiche contro Y’, ‘Le trans sono tutte Z’…

Su questi temi, bisogna procedere con prudenza: c’è sempre il rischio di assolutizzare, di semplificare, di ‘fare di tutta un’erba un fascio’, di confondere significati, di non cogliere e dare il giusto peso alle specificità.
Per questo motivo, io credo che sia necessario fare una distinzione di fondo: tra traiettorie e storie plurali a livello personale (‘Io la penso diversamente da te’), da un lato, e priorità contrastanti a livello collettivo (‘I nostri interessi vanno contro i vostri’), dall’altro.
Entrambe sono frequenti, ordinarie ed hanno a che fare con le preferenze e la disomogeneità. Ma mentre le prime possono tutte compiersi e convivere, visto che – in teoria – non si ostacolano necessariamente a vicenda, le seconde hanno invece natura competitiva, visto che – nella pratica – lottano nelle arene pubbliche per il consenso, che è una risorsa limitata il cui gioco è a somma zero (‘Se io vinco, a te non rimane altro che perdere’).
Sempre di diversità si tratta, in definitiva, ma con impatti opposti.

Questo post racconta, dal mio personale punto di vista, i principali contrasti collettivi e concorrenti presenti oggi nella comunità LGBTQI italiana.
Tratta di opposizioni nelle credenze e nelle strategie della componente più organizzata del nostro mondo: le associazioni, le alleanze, i leader, i pensatori e i politici; di dicotomie anche dolorose, che ‘scaldano gli animi’ e obbligano a prendere posizione (‘Allora, in fin dei conti, sei favorevole o contrario?’, ‘Sì oppure no?’); di polarizzazioni che possono sembrare incomprensibili o surreali, specie per chi ci guarda dall’esterno, ma che in realtà sono profondamente radicate in assetti valoriali e di verità alternativi tra di loro.

2)
Primo punto di contrasto

LA GESTAZIONE PER ALTRI
(aka ‘L’utero in affitto’)

Lo scenario

Quella sulla legittimità della gestazione per altri (GPA) è, da un paio d’anni, la ‘madre di tutte le battaglie’ tra diverse anime della comunità LGBTQI.
Del resto, questo contrasto varca i nostri confini ed abbraccia parte del movimento femminista e quello dei diritti civili, assieme a praticamente tutte le aree politiche (cattolica, liberale, di sinistra, di destra).
La discussione è per altro alimentata dal dibattito sulle riforme necessarie in due ambiti della normativa: quello relativo alla fecondazione eterologa nell’ambito della procreazione assistita, e quello concernente l’adozione.

La disputa è relativamente più sentita dagli uomini omo-bisessuali e queer: al fine di dare forma al proprio desiderio di genitorialità, essi devono prima o poi ad incrociare il circuito del diritto, contrariamente a quanto possono teoricamente invece fare le donne.
Al lato opposto, molto critiche al riguardo, si collocano varie realtà, soprattutto lesbiche.

Trattare di GPA richiede un approccio multidimensionale.
La GPA coinvolge una serie di aspetti psicologici, relazionali, di salute, fisiologici, etici, economici, giuridici.

Cosa dice la legge italiana

La maternità surrogata è esplicitamente vietata nel nostro Paese; essa è invece consentita in altri Paesi.
Inoltre, la legge Cirinnà (n. 76 del 2016, “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze“) è stata approvata senza la ‘stepchild adoption’.

Cosa succede nella realtà

Un certo numero di single e coppie eterosessuali e omosessuali che vivono in Italia, tra cui alcune figure pubbliche (Nichi Vendola, ad esempio), ha scelto e sceglie di ricorrere alla GPA rivolgendosi a centri specialistici all’estero.
Tale scelta comporta dei costi (di natura rimborsuale ed eventualmente anche di altro tipo), di varia entità e che possono raggiungere cifre elevate.
La questione investe il sistema delle norme e della giurisprudenza perché vi è la richiesta dell’attestazione ufficiale del legame di filiazione. Oggetto del contendere è il riconoscimento al ‘genitore sociale‘ (cioè alla persona che fa parte della famiglia e contribuisce attivamente al sostentamento e all’educazione della prole, ma senza aver partecipato all’inseminazione con il proprio ovulo o spermatozoo) degli stessi diritti e doveri del ‘genitore biologico‘ (cioè della persona che condivide il patrimonio genetico con la prole).

I contenuti del conflitto

Due le posizioni che si affrontano:

  • I nettamente contrari a questa pratica, che premono affinché divenga reato anche il suo utilizzo all’estero
  • Coloro che intendono regolamentarla, ad esempio consentendo soltanto quella gratuita ‘altruistica’ (gratuita vs. retribuita)

E’ evidente come, su questo fronte, si scontrino valori fondamentali quali quelli della libertà, della dignità, dell’auto-determinazione.

  • Vi è chi pensa che la GPA sia una forma attuale di schiavitù, che umilia, sfrutta e disumanizza tutte le donne, attribuendo al loro corpo e alla loro fertilità un prezzo e rendendoli disponibile e acquisibili, come merce, al cliente [maschio]
  • All’opposto, vi è invece chi crede che non tutte le donne e tutti gli uomini sono uguali; che alcune donne possono essere autenticamente motivate, interessate e disponibili, a determinate condizioni, a fare da madri surrogate; che ogni donna è potenzialmente in grado di poter decidere il meglio per sé, liberamente e autonomamente

Quale futuro

Il conflitto pare irrisolvibile, visto che è fallito ogni tentativo di mediazione.
Le parti si sono trincerate e puntano a prevaricarsi a vicenda, anche alleandosi con soggetti esterni alla comunità LGBTQI – anche lontani da essa, in certi casi persino tradizionalmente nostri ‘nemici’.

3)
Secondo punto di contrasto

SEX WORK IS WORK?

Lo scenario

La prostituzione è un abominio o può essere un lavoro?
Va regolamentata oppure bisogna perseguirla per eliminarla?

Questa disputa attraversa la comunità LGBTQI e coinvolge molte componenti della società generale e dell’arena politica.
Da questo punto di vista, è quindi simile al contrasto che riguarda la GPA; rispetto ad esso, ha però una storia molto più lunga, che si intreccia strettamente con il movimento delle donne.

Nella nostra comunità, le associazioni e le reti trans e le realtà che si occupano di salute sessuale tendono ad avere un particolare ruolo in questa discussione: conoscono bene il campo ed esprimono forti esigenze di tutela per le persone che lo abitano.
Al lato opposto si collocano invece soprattutto varie componenti lesbiche, con istanze in buona parte sovrapponibili a quelle contrarie alla GPA.

Cosa dice la legge italiana

La prostituzione è legale nel nostro Paese; è invece un reato il suo favoreggiamento, sfruttamento e controllo da parte di terzi.
Negli anni, vari Sindaci hanno messo in atto, con alterne vicende, azioni di contrasto alla prostituzione soprattutto di strada, tramite sanzioni amministrative contro clienti e prostitute.

Cosa succede nella realtà

Per una quota di persone, l’attività di prostituzione rappresenta un’importante fonte di reddito – talvolta nel tempo libero, per un certo periodo, ad integrazione di altre risorse, per divertimento e l’acquisizione di beni voluttuari; altre volte per necessità, come principale o unico canale di sostentamento economico.
Quest’ultimo caso è vero soprattutto per varie persone trans MtoF (che transitano da uomo a donna), a causa dei grandi ostacoli e svantaggi che esse incontrano nell’accesso al mercato del lavoro ordinario.

La mia impressione è che la domanda LGBTQI di prostituzione sia inferiore alla domanda eterosessuale.
Questo mondo, tuttavia, sta cambiando in maniera significativa, i confini evolvono ed è scorretto utilizzare vecchie categorie per interpretare i nuovi trend.
Le forme della retribuzione per la prestazione sessuale, ad esempio, si stanno diversificando; allo stesso modo, molto più eterogenei di un tempo sono gli spazi del contatto, dello scambio e dell’incontro (tra cui quelli on-line, che sono fondamentali).
Certamente, infine, un cruciale impatto hanno sul sistema della prostituzione le migrazioni, la criminalità, le droghe.

I contenuti del conflitto

La diatriba è composita: verte sulla legittimità della prostituzione in sé e sulla sua interpretazione in termini di lavoro:

  • Da un lato, coloro che rifiutano di ‘accreditare‘ la prostituzione come una delle possibili attività per l’acquisizione di risorse. ‘La prostituzione non è un lavoro come un altro’, pensano. ‘La prostituzione è e rimane l’espressione della mercificazione dei corpi, una forma di oppressione e di dominio economico e culturale. ‘Considerarla come un lavoro significherebbe accettare e ribadire il sistema di schiavitù su cui si regge, a favore del patriarcato e ai danni delle donne’. ‘Il corpo e la sessualità non sono a disposizione del mercato’ e vanno quindi sanzionati e proibiti i canali che, invece, lo consentono
  • Dall’altro lato, chi prende atto che quella prostitutiva può essere una scelta consapevole, libera o per lo meno vantaggiosa per alcune persone; che ‘Non compete comunque a noi imporre i nostri criteri di giudizio, né attribuire delle motivazioni agli altri’; che quella incarnata nella riduzione del danno rimane l’opzione di aiuto più realistica

La controversia investe anche la terminologia ed in particolare la locazione “sex work“: mentre i primi la considerano normalizzante, banalizzante e ‘anestetizzante’ nei confronti della sofferenza e dell’abiettezza della prostituzione, i secondi la prediligono perché, come termine-ombrello, riesce a contenere e rendere conto dell’ampia pluralità di situazioni e di generi (sex worker sia donne che uomini che trans, ad esempio) effettivamente coinvolti.
Un altro neologismo, di parte, è SWERF, che sta per “Sex Worker Exclusionary Radical Feminism“. Indica, come riporta il documento caricato sul sito web di Arcigay:

Il SWERF è quel femminismo che critica e nega che le donne – in particolare le ‘donne nate donne’ – impegnate in qualsiasi forma di prostituzione volontaria debbano essere incluse tra le femministe e nella lotta per l’uguaglianza.

Quale futuro

Io credo che questo contrasto perderà centralità e avrà meno spazio rispetto ad ora nel dibattito collettivo della comunità LGBTQI, anche a causa della progressiva differenziazione e invisibilizzazione del fenomeno della prostituzione.

4)
Terzo punto di contrasto

PREP VS. PRESERVATIVO

Lo scenario

La PrEP, ovvero la profilassi pre-esposizione, è l’assunzione di specifici medicinali per prevenire l’infezione da HIV.
Si tratta di un trattamento scientificamente provato ed efficace, rivolto alle persone HIV-.
E’ disponibile da qualche anno e affianca la tradizionale triade delle modalità di prevenzione del virus dell’immunodeficienza umana: ABC – Abstinence | Be Faithful | Use a Condom.

Di tale ABC, la comunità LGBTQI, soprattutto gay, da sempre si è concentrata sulla terza componente, cioè il preservativo, che è considerata la più realistica, accettabile e sostenibile in riferimento al proprio target.
La nostra comunicazione tradizionale di salute è incardinata infatti sulla promozione dell’uso del preservativo.

La PrEP è attualmente motivo di contrasto all’interno comunità LGBTQI perché, secondo alcuni, chi la promuove accetta e legittima di fatto i comportamenti sessuali a rischio.
La critica si concentra soprattutto sul non uso del preservativo.
La diatriba coinvolge soprattutto le associazioni e le reti maschili e, contrariamente a quelle relative alla GPA e al sex work, si sviluppa prevalentemente sotto-traccia, tra le righe: il conflitto non è tra dichiarazioni opposte, bensì tra dichiarazioni, da una parte, e silenzi, inerzie, ritardi, resistenze, dall’altra.

Cosa dice la legge italiana

La PrEP è riconosciuta e autorizzata.
I suoi farmaci sono disponibili nelle farmacie, a pagamento; serve una prescrizione medica specialistica per poterli richiedere.
Per qualche anno, la PrEP è stata formalmente disponibile in vari Paesi esteri ma non in Italia; ora il nostro Paese è invece allineato agli altri.

Cosa succede nella realtà

Tre sono i canali attualmente disponibili per accedere alla PrEP, in Italia:

  • Alcuni servizi pubblici ospedalieri e tutti i centri per la salute LGBTQI gestiti dalla nostra comunità, che la propongono e offrono all’interno di percorsi di presa in carico, progetti, protocolli che solitamente prevedono anche sessioni di counseling, esami di controllo e test per le altre malattie a trasmissione sessuale
  • Una serie di infettivologi privati
  • Internet – molte volte, quindi, senza un vero consulto clinico e in un regime auto-medicazione

I contenuti del conflitto

I motivi del contendere sono di diverso tipo.
Alcuni riguardano la bontà stessa della PrEP; altri concernono l’ufficiale coinvolgimento di parti della comunità LGBTQI nella sua promozione e distribuzione.

Innanzitutto, la fornitura via web è certamente più economica e rispettosa dell’anonimato, ma anche più problematica: perché talvolta è ambigua la certificazione di qualità del prodotto; e perché, più spesso, l’assenza di un accompagnamento medico vero e proprio è considerato un limite significativo per il suo impatto positivo.

Desta poi una certa preoccupazione l’eventualità che persone ignare di essere HIV+ acquistino e assumano la PrEP: benché i principi attivi siano in parte sovrapponibili, la PrEP è chiaramente subottimale nella cura dell’infezione da HIV.
Il rischio che queste persone corrono è di arrivare tardi alla diagnosi di HIV+.

Ancora, come sottolineano i suoi critici, è provato che, in molti Paesi tra cui l’Italia, la PrEP sia spesso un ingrediente del chemsex – ovvero del sesso sotto l’effetto di droghe.
Il suo patrocinio da parte di alcune realtà gay avrebbe l’effetto di autorizzare e quindi deresponsabilizzare le persone in merito al rischi relativi alle malattie a trasmissione sessuale, nonché alle dipendenze – annullando quindi il lavoro di informazione e sensibilizzazione realizzato finora.

In realtà, non è chiaro se vi sia sempre e nettamente una correlazione positiva tra diffusione della PrEp e frequenza delle malattie a trasmissione sessuale diverse dall’HIV – che sono peraltro guaribili.
Ciò che pare invece provato è che laddove la PrEP è utilizzata dalle fasce più a rischio della popolazione omo-bisessuale maschile, si registra una diminuzione dei nuovi casi di infezione da HIV – che, allo stato attuale, rimane una patologia trattabile ma non guaribile.

D’altra parte, deve essere chiaro, come evidenziano i suoi promotori, che la PrEP è oggi una realtà agevole e accessibile per molte persone.
Metterla sotto silenzio non risolve il problema, ma sarebbe una strategia suicida.
Molto meglio, invece, assumersi la responsabilità di discuterla, di informare al riguardo, e di fare pressione affinché siano ampliati i canali di distribuzione ufficiali, che permettono la supervisione clinica e il contatto costante con l’utenza.

La PrEP, in definitiva, integra o sostituisce le sopra-menzionate tecniche ABC?
Nello specifico, va aggiunta al preservativo, per una maggiore sicurezza e benessere, o lo può legittimamente rimpiazzare?

Quale futuro

La mia impressione è che questo conflitto si ridimensionerà, non però per ragioni di convincimento bensì a causa dell’ulteriore aumento dell’utilizzo della PrEP. La PrEP diventerà infatti sempre più universale; si imporrà come standard di riferimento.
La scommessa e i contrasti verteranno sempre meno sul ‘Sì’ o ‘No’ alla PrEP, ma riguarderanno soprattutto le sue modalità di assunzione: ‘Autonoma’ vs. ‘Controllata / Supervisionata’.
La mia speranza è che nuovi soggetti LGBTQI investano in questo campo e si ‘spendano in prima persona’ nelle sue ambivalenze, lasciando così meno sole le associazioni gay HIV+ che hanno finora avuto un ruolo di apripista e di pioniere in questa controversia.

5)
Quarto punto di contrasto

IDENTITA’ QUEER

Lo scenario

Dei contenuti e delle sfide del pensiero queer, dei suoi punti di forza e di debolezza, delle opportunità e delle problematiche che implica ho già scritto un altro post su questo blog.
Lo ripropongo in questa sede perché esso rappresenta un motivo di contrasto all’interno della comunità LGBTQI.

Le parti in conflitto sono varie e non sempre ben definibili.
Di certo, vi sono alcune realtà lesbiche, che si sono attivate ed esposte a difesa del valore – personale e sociale – del sesso oltre il genere, con il supporto di varie realtà femministe e pure di qualche testimone internazionale (è il caso, ad esempio, di J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter).
Più in generale, a fronte di un pensiero critico mainstream per lo più alimentato nell’alveo queer, emergono sempre più frequentemente reazioni, più o meno elaborate, di disagio, scherno, insofferenza e contrasto – ad opera, soprattutto, di persone non giovani e/o con una lunga storia di attivismo LGBTQI alle spalle. Il contrasto sulle identità queer si va sviluppando nelle differenze tra le generazioni e pare assumere la forma di una battaglia per il cambiamento del paradigma dominante.

Cosa dice la legge italiana

I documenti personali ufficiali che contengono l’informazione sul sesso, presentano soltanto due alternative; sono dicotomici (o ‘Maschio’ o ‘Femmina’).
La legge permette la rettificazione del sesso a seguito di una precisa procedura, articolata in una serie di step sia giuridici sia sanitari e sanitari. La giurisprudenza recente ha ridimensionato l’importanza della componente chirurgica, che non è più obbligatoria.
L’auto-percezione di genere è irrilevante in termini giuridici; non comporta, cioè, conseguenze vincolanti.

Cosa succede nella realtà

Un certo numero di persone LGBTQI, specie tra le più giovani, preferisce definirsi secondo schemi né polarizzati, né fissi, né mutualmente escludentesi.
Per loro, il sesso di nascita non è particolarmente rilevante; quando lo è, è spesso una gabbia.
Altre sono, invece, le dimensioni che fanno davvero la differenza: la libertà di costruire e variare il proprio sé; la fluidità e la controvertibilità; la complessità e la commistione.

Allo stesso tempo, si riduce l’età nella quale le persone elaborano la consapevolezza di sé in quanto LGBTQI. Le nuove generazioni sono molto più precoci di noi, da questo punto di vista.
Ciò è vero anche per le persone trans. E’ infatti in netto aumento il numero di minorenni che chiedono di iniziare subito il proprio percorso di transizione, anche con l’assunzione di specifici ormoni.

I contenuti del conflitto

Questo contrasto contiene elementi simili a quelli citati nelle diatribe sulla GPA e sul sex work.
Si affrontano:

  • Coloro che difendono l’auto-determinazione di ogni singola persona, l’auspicio a poter essere e divenire ciò che si desidera, in maniera flessibile e creativa, al di là delle categorie sociali predeterminate
  • Coloro che evidenziano l’illusorietà, i limiti e i pericoli di un’impostazione tutta centrata sul singolo individuo, in termini sia di benessere personale che di potenzialità per il cambiamento sociale

I primi puntano alla creazione di nuovi concetti e lemmi capaci di raccontare e contenere la nuova realtà, fatta di confini più mobili, sottili e porosi – ad esempio “Persona con la vagina” invece che “Donna“, oppure “Transfemminismo” (con il corrispettivo TERF, ovvero “Femminismo radicale trans-escludente“) invece che “Femminismo” tout court.
I secondi considerano tali proposte alla stregua di un deragliamento e ripropongono il peso – personali e sociali – dell’identità di minoranza e del significato della differenza. Alcuni sono poi perplessi o persino contrari rispetto ad alcune ‘applicazioni di frontiera’ del pensiero queer, quali, ad esempio, la liceità della somministrazione di ormoni bloccanti a pre-adolescenti che si auto-percepiscono trans.

Quale futuro

Questo conflitto apre nuove frontiere – non è facile dire se più di esplorazione o di scontro.
Certamente, senza un’apposita opera di mediazione, le differenze tra le generazioni rischiano di cristallizzarsi.

Un minimo comune denominatore tra pensiero queer e pensiero femminista (sia TERF sia trans) è la tendenza alla negazione e allo svilimento dell’identità maschile.
Su questo fronte sono infatti convergenti.
Spero non sia la soluzione individuata per non farli più belligerare, visto che comporterebbe la discriminazione, l’espulsione, la fuoriuscita di molti uomini dalla comunità LGBTQI.

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