Pride, abbiamo un problema: Israele

isra

1) Le cose cambiano e migliorano, ma non tutte
2) Lo Stato di Israele e la Palestina
3) Un punto di vista LGBTQI sulla questione
4) Opinioni e pregiudizi
5) Espressioni del pregiudizio
6) Epilogo

Il problema è Israele, di per sé, oppure il nostro rapporto con questo Paese?

1)
LE COSE CAMBIANO E MIGLIORANO, MA NON TUTTE

Anche quest’anno è arrivato il tempo del Pride.
La stagione 2019 durerà poco più di 4 mesi: dall’11 maggio (a Vercelli) al 14 settembre (a Novara e a Sorrento).
Ben 36 gli eventi in programma, in 17 regioni.

Nel tempo, il Pride è cambiato, così come sono cambiate la nostra comunità, nello specifico, e la società, nel suo complesso.
Sempre più persone vi partecipano, e diverse tra di loro – per genere, età, abilità, origine nazionale.
Alcuni temi, entrati di recente nella nostra agenda, ne fanno oramai parte integrante: le migrazioni internazionali, soprattutto, al pari della violenza contro le donne e delle difficoltà nel mercato del lavoro.
Alcuni territori locali, per altro, hanno cominciato a fare finalmente i conti con un’altra frontiera: quella dell’handicap e della conseguente sfida dell’accessibilità.

Una cosa, invece, è rimasta invariata e uguale a se stessa: l’atteggiamento anti-Israele di parte del movimento organizzato delle persone LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisex, Trans, Queer, Intersex).

2)
LO STATO DI ISRAELE E LA PALESTINA

Non intendo trattare di geo-politica del Medio Oriente: non mi considero sufficientemente esperto in materia, e, in ogni caso, non è questo l’argomento del mio scritto.

Noto soltanto che il Medio Oriente è un’area:

  • Di fondamentale importanza per gli equilibri mondiali – su cui convergono, spesso in competizione tra di loro, interessi, strategie, interpretazioni, solidarietà, aspettative e protagonismi di vario tipo e diversa provenienza
  • Complessa e sensibile – formata, come tutte le aree, anche da contraddizioni, sfumature, punti di forza e mediocrità

Sono convinto che soltanto un approccio plurale, che cioè riconosca la dignità e la legittimità di tutte le parti in campo, sia in grado di comprenderne tutte le articolazioni, al fine di promuovere, assieme, il cambiamento.
L’annientamento della controparte, che è un’ipotesi cercata da alcuni, non è invece assolutamente ammissibile.

Di più, non vi sono soluzioni-chiavi-in-mano per il conflitto israelo-palestinese.
Possono, al contrario, essere ideati e sostenuti percorsi per la convivenza, per un destino auspicabilmente positivo.
D’altra parte, la vita assieme è una condizione di fatto obbligatoria, ed il futuro è necessariamente comune.

All’opposto, polarizzazioni, dogmi, proiezioni e fobìe, teorie cospirazioniste, illazioni e veti remano contro la vera pace.

3)
UN PUNTO DI VISTA LGBTQI SULLA QUESTIONE

Diversi punti di vista sono possibili sul Medio Oriente.
Nessuno è esclusivo; ognuno contribuisce ad arricchire l’analisi.

Se osservata con la lente dei diritti LGBTQI, quella israelo-palestinese si presenta come una realtà particolarmente differenziata al proprio interno.

ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) e UNHCR certificano che, se confrontata con i Paesi vicini, e sebbene la piena uguaglianza non sia ancora stata pienamente raggiunta, la situazione in Israele è molto più tutelante nei confronti delle minoranze sessuali (ad esempio, v. “State-sponsored Homophobia“, 2019).

In Israele:

  • Sono legali gli atti sessuali consensuali tra adulti dello stesso sesso
  • E’ legge la protezione nel mercato del lavoro delle persone LGBTQI
  • Vi sono unioni civili, adozione congiunta e adozione da parte del secondo genitore

In Palestina, invece:

  • Gli atti sessuali consensuali tra adulti dello stesso sesso sono legali in Cisgiordania e criminalizzati a Gaza, controllata da Hamas, dove la sanzione prevista è fino a 10 anni di reclusione
  • La legislazione non protegge né riconosce la soggettività, le famiglie e la genitorialità LGBTQI

La descrizione di quattro eventi approfondisce, nel report di ILGA, la presentazione del quadro israelo-palestinese, offrendo una serie di spunti sulla vita quotidiana LGBTQI in quell’area [mia libera traduzione dall’inglese]:

“Nel 2015 un gruppo di manifestanti palestinesi ha distrutto una bandiera rainbow dipinta su una barriera di separazione in Cisgiordania. Sebbene l’artista [Khaled Jarrar, palestinese] l’avesse realizzata per richiamare la <<assenza di tolleranza e libertà>> nella società palestinese a causa dell’occupazione israeliana, i manifestanti hanno spiegato che l’hanno cancellata perché è <<vergognoso>> promuovere i diritti gay.”

“Nel 2016 Hamas ha ucciso uno dei suoi comandanti, Mahmoud Ishtiwi, dopo un anno di detenzione, per <<turpitudine morale>> – un eufemismo utilizzato per definire l’omosessualità.”

“Nel 2018, un giovane scrittore palestinese, Abbad Yahya, è stato bloccato in Qatar dopo che le autorità cisgiordane avevano confiscato tutte le copie del suo ultimo libro ed avevano emesso un mandato di cattura contro di lui. La sua opera tratta di argomenti tabù come il fanatismo, l’estremismo religioso e l’omosessualità”.

“Nel 2018 alcuni attivisti hanno inscenato una protesta che ha bloccato, per qualche minuto, la parata del Pride di Tel Aviv. Il motivo? Ciò che loro hanno definito lo sfruttamento della comunità LGBT da parte del Governo israeliano – presentarsi tollerante e progressista, mentre, in realtà, è in grave violazione dei diritti umani dei vicini palestinesi”.

4)
OPINIONI E PREGIUDIZI

Accanto e intrecciato a quello LGBTQI, vi sono altri scenari, altrettanto rilevanti, tra cui: 

  • Quello della guerra, innanzitutto – con le sue vittime palestinesi e israeliane, i razzi e i bombardamenti, i campi profughi e i coloni, gli accoltellamenti alle fermate dei bus, i muri, i tentativi di accordo e le lotte di potere, le vendette e i tradimenti, gli scudi umani. In conclusione, una grande sofferenza
  • Quello religioso – con Israele e Palestina quali culla delle tre principali religioni monoteiste mondiali (la ‘Terra Santa’), le ostilità e i fondamentalismi, la proposta di uno status speciale per Gerusalemme (incompatibile, secondo alcuni, con la celebrazione del Pride sul suo territorio)
  • Quello della scienza, dell’innovazione tecnologica e delle grandi opere, delle eccellenze in sanità
  • Quello della gestione delle risorse idriche
  • Quello delle persecuzioni e della memoria

Il quadro è, in conclusione, composito, sfaccettato, ricco, globale, non sempre coerente, positiva e negativa allo stesso tempo, ovviamente mutevole.
La sua rappresentazione dovrebbe esserlo altrettanto, per essere veritiera.

Ciononostante, la narrazione dominante di parte dell’associazionismo LGBTQI è particolarmente cristallizzata e parziale tutta contro Israele.

Non è un problema nuovo.
Al contrario, è un dilemma storico, che ha radici profonde – sia a destra che a sinistra, seppur con argomentazioni in parte diverse tra di loro.

Non sono sicuro che si tratti di ‘anti-sionismo’, che, come fanno notare alcuni autori, si presenta talvolta come un mascheramento del nuovo ‘anti-semitismo’.
Non sono nemmeno certo che sia, in sé, ‘razzismo’.
Noto però che, molto spesso, assume le caratteristiche del pregiudizio fondato sull’ideologia.

5)
ESPRESSIONI DEL PREGIUDIZIO

Il pregiudizio anti-Israele è trasversale.
Ecco alcuni esempi su come condiziona, in negativo, la nostra esperienza:

>> I successi vanno celebrati e i problemi criticati – anche ferocemente, com’è giusto che sia
E, invece, diamo per scontata la tutela e il benessere raggiunti dalle persone LGBTQI in Israele e ci focalizziamo soltanto sulla politica estera del loro Stato. Non ci interessano le loro lotte per la piena parità dei diritti e doveri, contro i nemici – interni ed esterni – dell’uguaglianza.
Non ci desta molta attenzione il fatto che al Gay Pride di Gerusalemme del 2015 vi siano stati 6 accoltellamenti, ad opera di un ebreo ortodosso, e che una ragazza di 16 anni, Shira Banki, è poi morta per le ferite riportate; l’aggressore è stato condannato a 12 anni di carcere per tentato omicidio causato da odio razziale. Nello stesso modo, non badiamo al fatto che 250.000 persone abbiamo marciato, qualche giorno fa, al Tel Aviv Gay Pride. 
E’ assordante il nostro silenzio su questi eventi, e su suoi piccoli e grandi eroi.

>> La capacità di empatia è una risorsa fondamentale per cogliere nel profondo le questioni in gioco, apprendere prospettive inedite, comunicare efficacemente, proporre alternative
E, invece, ci immedesimiamo in soltanto una delle parti in conflitto, ritenendo che la responsabilità, l’errore e la colpa siano tutte concentrate su uno soltanto dei soggetti in gioco. Ci siamo de-sensibilizzati a senso unico. Parteggiamo invece che comprendere. Nella nostra percezione, le vittime non sono tutte uguali… quasi a dire che ‘alcune se lo meritano di star male’.
Andiamo così giustamente in piazza per fermare i bombardamenti dell’aviazione di Tel Aviv; allo stesso tempo, non ci interessano le decine di palloncini gonfiabili, lanciati da Gaza, che, spinti dal vento, cadono nei campi di grano israeliano con l’esplicito obiettivo di bruciare ettari di terreno.
Questo ciclo vizioso si auto-alimenta perché, tra le molte fonti informative disponibili, ne abbiamo selezionate soltanto alcune: quelle che ci confermano nelle nostre posizioni.

>> Ascoltare e dare valore a tutti i punti di vista è una pre-condizione per poter trattare, ridisegnare e ricomporre le parti, far emergere inedite opportunità
E, invece, mettiamo in atto dei processi di svilimento e delegittimazione di Israele. L’unico discorso su Israele che ammettiamo e che ci fa sentire adeguati è quello negativo; ogni altro tipo di discorso – positivo o persino neutrale – è guardato con sospetto.
Per quanto riguarda lo specifico LGBTQI, è emblematico il caso del ‘pinkwashing‘ – una tecnica di marketing (commerciale e politico) volta a piazzare un prodotto ammaliando e accattivando il target gay e gay-friendly e, al contempo, nascondendone gli aspetti critici. L’accusa di pinkwashing viene utilizzata costantemente nei confronti di tutto ciò che di LGBTQI proviene da Israele. Questo comportamento sta erodendo le interessanti potenzialità critiche e interpretative del concetto di pinkwashing. Il pinkwashing rischia di svuotarsi di contenuti se, nella sua versione gergale, viene ‘piegato’ agli interessi di una sola parte e usato soltanto come clava per tacitare chi viene percepito come avversario. Una cosa simile, tra l’altro, sta avvenendo con la fantomatica ‘Teoria del Gender’, da parte dei nostri avversari.
Non si tratta, del resto, di un rischio puramente teorico. Lo scorso aprile, La Falla, ovvero la pubblicazione mensile del Cassero LGBT center di Bologna, all’interno di articolo sull’Eurovision di Tel Aviv, ha infatti scritto parole come “Non credete a Israele!” e “[…] non credete alle panzane [sic!] che Israele vi spaccia col suo pinkwashing […]”.

>> Se si vuole il cambiamento, è strategico tenere sempre a mente che le parti in gioco non sono soltanto due, come vorrebbe invece la logica della contrapposizione (‘noi’ vs. ‘voi’); che, al contrario, esse sono differenziate al proprio interno; che il Governo e la società civile sono due attori diversi, e che la società civile è un soggetto plurale; che l’ottica delle minoranze può essere una risorsa essenziale per superare una situazione di stallo. E’ indispensabile cercare una rappresentazione bilanciata, ampia e inclusiva delle risorse disponibili. Un paese non è soltanto il suo Governo
E, invece, troppo spesso ci affidiamo ad un’unica fonte: quella – importante – di alcune associazioni palestinesi. Agli altri protagonisti è negata la voce. Non rimane altro, d’altronde. Infatti, per un verso, il Governo palestinese non è disponibile a discutere con le realtà organizzate LGBTQI; per un altro verso, il Governo israeliano è inguaribilmente tacciato di pinkwashing, e quindi oscurato; per un altro verso ancora, l’associazionismo LGBTQI israeliano non è sempre ben visto.
Nel 2010, l’organizzazione del Gay Pride di Madrid vietò la partecipazione al proprio corteo del carro delle associazioni LGBT israeliane, con la seguente motivazione: <<Come associazione che difende i diritti umani, abbiamo l’obbligo di difendere i diritti di tutti, incluso quelli degli attivisti che accompagnavano la Flotilla con aiuti umanitari attaccata da Israele.>> In altre parole, una rete di associazioni ritenuta corresponsabile delle scelte di un Governo centrale, per il fatto di ricevere contributi economici da parte di un ente locale per le proprie attività – condizione, del resto, piuttosto comune anche in varie parti d’Italia, pur nella distinzione dei ruoli.
(P.S. Se, in astratto, fosse ragionevole e fondato il dubbio nei confronti del terzo settore sostenuto dal pubblico‘Non è veramente autonomo’, ‘Fa il portavoce del capo’ – , non si capirebbe però allora il motivo del sostegno attribuito, da parte di numerosi critici di Israele, a Mariela Castro e al suo CENESEX, che, a Cuba, è chiaramente di derivazione governativa. A Cuba, dove il Pride quest’anno è stato ufficialmente vietato a causa di “nuove tensioni nel contesto internazionale e regionale”, e dove, nonostante il bando, lo scorso 12 maggio alcuni attivisti sono comunque scesi in piazza, e sono stati subito arrestati. Due pesi due misure?)

6)
EPILOGO

So che ogni volta che si parla di Israele è elevato il rischio di strumentalizzazioni.
Ciò malgrado, mi è sembrato importante fare delle domande, porre dei dubbi.

Soprattutto perché il pregiudizio non è a costo zero – sia per le idee che, soprattutto, per le persone.

In questi anni, come comunità LGBTQI, abbiamo fatto grandi passi in avanti per quanto riguarda la diversità e l’approccio intersezionale.
In merito al nostro rapporto con Israele siamo invece rimasti fermi – più o meno consapevolmente, più o meno intenzionalmente.

Usciamo da questa gabbia.
Sfondiamo i muri dell’odio, della violenza, dell’indifferenza, dell’oppressione “, come scrive il Bologna Pride nel suo documento politico di quest’anno.

 

(Nella foto, in alto: Un ebreo ultra-ortodosso passa accanto a delle bandiere arcobaleno, issate dalla municipalità di Gerusalemme in occasione del Pride cittadino del 2013)

Un pensiero riguardo “Pride, abbiamo un problema: Israele

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